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Questo articolo è stato pubblicato il 13 aprile 2013 alle ore 08:12.

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TORINO. Dal nostro inviato
Prima pronuncia lo slogan: «tempo scaduto». Poi tutti in piedi per un minuto di silenzio: «un silenzio di denuncia per chi non ascolta, per chi non reagisce, per chi non interviene e non ha la consapevolezza dell'emergenza economica, per chi non ha ancora compreso che dobbiamo salvare il paese». Vincenzo Boccia parla alla sua platea di Piccoli imprenditori riuniti a Torino, sulla giacca il distintivo "Industria, sì grazie". Una grande adunata di quelle piccole e medie imprese (accolte dall'inno di Mameli a riprova che l'industria è la priorità nazionale) che Boccia definisce «la forza del paese» e che dalla città simbolo dell'industria italiana lancia «un grido di rabbia e di speranza»: speranza perché si può uscire dalla crisi, rabbia perché non si stanno attuando le scelte per riprendere a crescere.
Se la prende con quei partiti «indifferenti alla situazione di emergenza economica e ai gravi danni che il paese subisce». E incalza: «Mi riferisco a tutti, vecchi e nuovi, e alla irresponsabilità che emerge dallo stallo attuale». La riflessione di Boccia è «come si può continuare nelle tattiche di chi non vuole il governissimo, chi non vuole il governicchio, chi non vuole nessun governo, ad eccezione del proprio, mentre il paese soffre».
Davanti ad una politica latitante, la proposta che lancia Boccia è stringere un patto dei produttori, «tra tutti gli attori della fabbrica per ricostruire il paese». Un ponte verso il sindacato, che oggi, con Susanna Camusso e Raffaele Bonanni, leader di Cgil e Cisl, sarà presente qui a Torino. «Insieme per salvare le fabbriche e il paese, insieme per tornare a quello spirito del dopoguerra che porti a scrivere un'agenda della competitività, consapevoli che una nazione senza fabbriche è una nazione senza lavoratori e senza imprenditori».
Se le parti sociali riusciranno a farlo insieme, «allora potremmo con più forza chiedere alla politica di fare altrettanto». Quello di Boccia è un appello alle «forze responsabili del paese», e, ripete, non bisognerà mai stancarsi di chiedere ai partiti cinque domande che il presidente della Piccola elenca: cosa intendete fare per ridurre il global tax rate delle imprese italiane? Cosa sui costi dell'energia? Cosa su debito e quindi sullo spread? Quali grandi infrastrutture dare al paese e come procedere per realizzare le piccole opere? Quando ridurre il cuneo fiscale e agevolare il recupero della produttività? «Cinque domande, non otto punti, che ripeteremo ogni giorno fino a quando non avremo risposte, a partire da oggi. Torino è solo un punto di partenza e non una stazione d'arrivo», ha concluso Boccia che, dopo i sette applausi che hanno scandito il suo discorso, è stato salutato con una standing ovation.
Tempo scaduto, ripete Boccia. E cita i numeri di un'Italia che perde terreno: il Pil è sceso di oltre l'8% dal 2007 ad oggi e ciò vuol dire aver perso più di 100 miliardi di euro in valore assoluto, con un Pil per abitante che è tornato ai livelli del 1997. Nel 2012 ogni giorno hanno chiuso i battenti 41 imprese manifatturiere, negli ultimi sei anni hanno cessato la loro attività più di 70mila imprese manifatturiere, con una perdita di 1,4 milioni di posti di lavoro, solo negli ultimi 4 anni il settore industriale ha subito una perdita di fatturato tra i 200 e i 250 miliardi di euro. Ecco perché, ha detto Boccia, «questa giornata segna l'inizio della mobilitazione di Confindustria».
I deficit di competitività del sistema italiano, ha aggiunto, sono i deficit di competitivà delle imprese: «Le stiamo distruggendo, andare avanti così vuol dire portare alla paralisi il sistema industriale italiano». Un'Italia industriale in un'Europa più forte. Anche la Ue deve cambiare, avere una diversa governance, «dove la Bce sia messa in grado di sostenere la crescita, come già fanno la Fed o la Banca del Giappone». Serve sì rigore ma c'è anche bisogno di norme di bilancio più flessibili. La strada per recuperare competitività è messa nero su bianco, ha sottolineato Boccia, nel documento messo a punto da Confindustria a gennaio e presentato ai partiti. Si tratterebbe di attuarlo. E accanto ai richiami alla politica, l'appello di Boccia è anche alla platea: «non mollate mai».
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RIDOTTI CONSUMI E RISPARMIO
Il rischio povertà
Per far fronte alla contrazione dei propri bilanci, le famiglie hanno intaccato la propensione
al risparmio, che è scesa ai minimi storici. Ridotti gli acquisti di beni di prima necessità (dai 28 chili di pasta pro capite del 2006 ai 26 del 2011) sia di beni importanti come le autovetture, scese a livelli del 1979
La quota di popolazione a rischio
di povertà ed esclusione sociale
è salita di tre punti,
raggiungendo il 28% nel 2011
Crisi come nel 1913
Questa recessione rischia di ripercorrere quella drammatica del 1913-21. Il Pil (nel grafico,a prezzi costanti), a sei anni dall'inizio della crisi, è sceso sui livelli di quello del 1913-21. Allora ci vollero altri due anni prima di spiccare il balzo definitivo e uscire dal tunnel della recessione

Spiraglio sui consumi
Secondo il CsC, con le proposte avanzate da Confindustria, quest'anno i consumi delle famiglie caleranno ancora dell'1,4%. Ma dall'anno prossimo si tornerebbe in positivo con un'inversione di tendenza dell'1,6%. Il dato poi crescerebbe
fino al +2,5% del 2017

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