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Questo articolo è stato pubblicato il 24 aprile 2013 alle ore 11:19.

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Il rischio concreto di non potercela fare dappertutto a garantire i Lea, i livelli essenziali di assistenza. E il conseguente pericolo dietro l'angolo che anche le Regioni cosiddette "virtuose" possano precipitare nella spirale perversa del default dei conti di asl e ospedali. Quel che da tempo con toni preoccupati sostengono tutti i principali centri di ricerca, e che appena ieri l'Istat ha rilanciato affermando che sotto i colpi della crisi il 70% delle famiglie ormai taglia le spese mediche, lo afferma con altre parole, ma con identica preoccupazione, anche il Cnr attraverso l'Issirfa, l'Istituto di studi sui sistemi regionali federali e sulle autonomie, nel mega rapporto sulle Regioni per il 2012. Al centro i risultati del 2011, ma con chiari riflessi anche sugli anni seguenti. Con un focus specifico dedicato alla Sanità regionale, che del resto occupa in media l'80% dei bilanci delle Regioni.

Tagli da 31 miliardi
Il capitolo su «Sanità e tutela della salute», curato da Stefania Gabriele e Nicola Viceconte, occupa anche per questo non solo idealmente uno spazio cruciale nel rapporto del Cnr. I tagli di questi anni, ancora in parte in alto mare nella loro applicazione, non stanno infatti semplicemente sullo sfondo del capitolo sulla sanità: la Corte dei conti li ha quantificati in 31 miliardi fino al 2015 e tra spending review con interventi su ospedali, farmaci, beni e servizi, cure territoriali, blocco dei contratti, devono fare ancora del tutto il loro corso. E anche per questo rappresentano un'emergenza nell'emergenza dei conti pubblici per il Governo che verrà.
I risultati del 2011 non potevano naturalmente tenere conto delle politiche messe in campo successivamente. Ma i loro possibili effetti, anche perché successivamente rafforzati dal Governo dei professori guidato da Mario Monti, erano già prevedibili.

Troppo centralismo statale
Ed ecco così un primo e secco giudizio, a partire dalla spending review. Spending review, quella sperimentata in questi anni nella Sanità, che per la Corte dei conti rappresenta «l'esperienza più avanzata e più completa di quello che dovrebbe essere un processo di revisione della spesa». Fatto sta che, aggiunge il rapporto Cnr, si è arrivati anche il risultato di comprimere le competenze regionali sulla tutela della salute e di aumentare «drasticamente» il «grado di centralizzazione delle decisioni». Scelte centralistiche, si sottolinea, non contrastate neppure dalla Corte costituzionale «in nome delle esigenze di contenimento della spesa manifestate, non senza forzature, dalle norme statali di coordinamento della finanza pubblica».

Conti a rischio
Ma in nome dei conti pubblici da tenere in equilibrio, c'è adesso un concreto pericolo di tenuta del diritto alle cure. Almeno nelle forme e quantità che conosciamo, anche se in un Paese che sconta un malsano gap di qualità-quantità dell'assistenza tra Nord e Sud. «Oggi si prospetta una riduzione delle risorse draconiane – afferma il rapporto – che rischia di rendere improbabili i sentieri di rientro delle Regioni in disavanzo e di porre in seria difficoltà anche gli enti che ritenevano di aver meritato una propria autonomia e di poter procedere nel proprio processo identitario, eventualmente attraverso la fornitura di prestazioni aggiuntive». Tutto questo, mentre il centralismo statale cresce e l'autonomia regionale impallidisce sempre di più. Risultato, appunto: Lea a rischio, bilanci regionale in rosso dappertutto.

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