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Questo articolo è stato pubblicato il 07 maggio 2013 alle ore 22:06.

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New York – L'hanno chiamato Marketplace Fairness Act. Ma il salomonico nome tradisce la sua importanza e le accese passioni che scatena: è la proposta di legge che potrebbe presto rivoluzionare in America l'e-commerce, costringendo i principali retailer online a imporre e raccogliere tasse sulla vendite via Internet. Per il momento il progetto di legge è passato solo a metà: il Senato Usa l'ha approvata a grande maggioranza, con 69 voti a favore e 27 contrari. Alla Camera l'opposizione resta agguerrita contro ogni forma di tassazione – compresa quella per il commercio sull'autostrada elettonica – e la proposta potrebbe arenarsi sui banchi dei deputati.

Certo è, però, che se alla fine sarà varata e firmata dal presidente Barack Obama, che ne è un convinto sostenitore, la disposizione cambierà le carte in tavola per un settore in rapida crescita e che l'anno scorso ha generato ben 225,5 miliardi di dollari di giro d‘affari. Riguarderà tutte le società online che abbiano almeno un milione di dollari di fatturato generato fuori dal loro stato di appartenenza. Uno studio commissionato da Amazon le ha stimate in almeno 7.500.

Le aziende dovranno cominciare senza indugi a riscuotere le imposte e spedire assegni agli erari statali, a seconda di dove abbiano effettuato la vendita al consumatore. E la riscossione sarà ampia: soltanto quattro stati americani su 50 non hanno una "sales tax". Ad oggi la tassa sulle vendite online viene invece pagata unicamente se l'azienda ha una sede fisica nello stato dove avviene l'acquisto.

Non c'è da stupirsi, così, se i passi avanti verso l'imposta abbiano scatenato un acceso dibattito e intense attività di lobby, pro e contro. I fautori della legislazione la rivendicano come necessaria a trattare tutte le aziende allo stesso modo sotto il profile fiscale, a garantire una concorrenza leale senza penalizzare i retailer tradizionali che devono sempre fare i conti con imposte sulle vendite. E in tempi di austerity non disdegnano affatto il gettito fiscale che può generare per le finanze locali. I critici vedono invece un danno per le nuove società online, soprattutto di piccole dimensioni, che dovranno sostenere ingenti costi amministrativi anche solo per adeguarsi al mandato di diventare "esattori delle tasse". Tanto più considerando che le imposte da rastrellare sono diverse per i diversi stati. I repubblicani più conservatori avanzano inoltre un'obiezione politica: per come è stata concepita, temono che la legislazione apra la porte a eccessive intrusioni e controlli del governo e della burocrazia nel settore privato.

Ma la tassa non ha diviso solo il Congresso. Nella stessa Corporate America e tra le aziende hi-tech si è creata una spaccatura. Grandi magazzini e negozi tradizionali sono da sempre tra i più accesi sostenitori della proposta per contenere la concorrenza delle società online, dopo che a volte i consumatori si recano presso di loro per vedere o provare i prodotti acquistandoli in seguito su Internet. Anche colossi affermati quali Amazon sono tuttavia diventati ora favorevoli alla riforma, ritenendo che possa eliminare elementi di incertezza per il futuro e rappresentare un segno di maturità dell'e-commerce che non ha più bisogno di trattamenti speciali. Amazon intende inoltre espandere la propria presenza fisica sul territorio americano per accelerare le consegne degli acquisti online, sviluppo che la espone comunque alle imposte sulle vendite. Altri protagonisti di Internet, quali eBay, premono al contrario perchè la nuova imposta venga bocciata, temendo che eroda il loro business. EBay ha denunciato l'effetto di gelo che avrebbe sulle schiere di venditori che si servono del suo sito e dei suoi servizi e ha chiesto che vengano esentate aziende con meno di dieci milioni di dollari di vendite fuori dai confini dello stato di appartenenza e con meno di 50 dipendenti.

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