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Questo articolo è stato pubblicato il 08 maggio 2013 alle ore 17:25.

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La Commissione europea ha deciso: per difendersi dall'invasione di pannelli solari made in China imporrà dazi medi del 47% sulle importazioni di questi prodotti. L'annuncio formale avverrà più tardi, probabilmente alla vigilia del 6 giugno, data di scadenza della procedura, ma ormai la decisione è presa. Nei prossimi giorni Bruxelles consulterà i 27 Stati membri della Ue, il cui parere tuttavia non sarà vincolante.

Sulla scia degli Stati Uniti
Avanti tutta, quindi. L'Europa segue gli Stati Uniti, che si sono mossi prima e ormai hanno imposto dazi definitivi sui pannelli solari cinesi che arrivano in certi casi al 250 per cento. L'esperienza americana è istruttiva: nel 2012 le importazioni Usa dalla Cina sono calate del 50% e nel primo trimestre di quest'anno addirittura dell'87 per cento mentre i prezzi sono saliti di poco. Alzare le difese dunque è servito.

Accusa di dumping
L'Europa accusa la Cina di dumping, cioè di vendita dei suoi prodotti all'estero a prezzi inferiori a quelli praticati sul mercato interno. «La capacità produttiva dell'industria cinese del solare - dice Milan Nitzschke, presidente di Eu Prosun, associazione dell'industria europea del settore, a margine del Global Solar Summit in corso alla Fiera di Milano - equivale a 30 volte le dimensioni del mercato interno e a due volte la domanda mondiale. In pochi anni la quota della Cina nella Ue è passata da zero all'80 per cento. In Europa stiamo perdendo il fiore all'occhiello dell'industria mondiale del settore. Se la Commissione non interviene rapidamente in pochi anni la Ue non avrà più un'industria dei pannelli solari». La Cina nel 2012 aveva una capacità installata di 4,5 gigawatt di pannelli, seconda nel mondo solo alla Germania: quest'anno conta di raddoppiarla a 10 gigawatt, staccando nettamente anche l'Italia , ferma a 3,4. Intanto gli Usa, protetti dai dazi, contano di passare nel 2013 da 3,3 a 5 gigawatt.

Disputa da record
L'indagine di Bruxelles è scattata lo scorso settembre dopo il ricorso presentato da un gruppo di aziende tedesche e italiane guidata da Solarworld, quello che fino a poco tempo fa era un colosso globale e che ora sta negoziando con i creditori una ristrutturazione del suo debito. La posta in gioco è molto alta: l'import Ue da Pechino ammonta a qualcosa come 22 miliardi. È la più grande disputa commerciale mai avviata dall'Unione Europea: non a caso la scelta è stata molta sofferta e le pressioni cinesi si sono fatte sentire. «Se la Ue alza i dazi sui nostri prodotti - spiega Guangbin Sun, segretario generale per l'energia solare della Camera di commercio cinese - infligge un duro colpo al mercato europeo delle rinnovabili. I prezzi saliranno, i consumatori europei saranno danneggiati e l'obiettivo di portare al 20% entro il 2020 la quota di energia verde sarà irraggiungibile».

A dicembre la decisione finale
Bruxelles evidentemente non la pensa così. In questi otto mesi di indagine ha avuto conferma di pratiche di dumping e di sussidi (fonti industriali parlano di prezzi inferiori del 30-50% ai costi di produzione delle aziende cinesi) e il processo è andato avanti. Dal 6 giugno dunque scatteranno dazi provvisori compresi tra il 35 e il 67% del valore dei prodotti. A quel punto Ue e Cina avranno tempo fino a dicembre per trovare un'intesa. In caso contrario a fine anno entreranno in vigore i dazi definitivi, che in genere hanno una durata di cinque anni, rinnovabili.

Divisioni interne
La vicenda ha anche scatenato pesanti polemiche all'interno della filiera europea. Afase, l'associazione che raccoglie 460 imprese dei servizi (importatori, società di ingegneria, installatori e così via) è contraria ai dazi. Pochi mesi fa ha diffuso uno studio secondo cui queste tariffe farebbero perdere migliaia di posti di lavoro in Europa e porterebbero a un crollo del mercato. «Meglio avere un grande mercato non sussidiato - spiega Paulette van der Schueren, potravoce di Afase - piuttosto che un piccolo mercato tenuto artificialmente in vita dai sussidi governativi. I pannelli solari non sono più una tecnologia di alto livello, sono quasi una commodity. È inutile che l'Europa insista per difenderla. Meglio puntare sui servizi». L'industria ha replicato seccamente: «È un rapporto ridicolo - attacca Nitzschke - con cifre senza fondamento. La riduzione dei sussidi europei ai prezzi ha indubbiamente dato un colpo durissimo al settore, ma l'industria può sopravvivere. A patto che venga difesa dal dumping cinese».

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