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Questo articolo è stato pubblicato il 05 giugno 2013 alle ore 23:08.

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A Catanzaro c'è chi trova coraggio

Non ce la faceva più Pietro Eugenio Ciambrone, piccolo imprenditore catanzarese da 30 anni nel ramo della ristorazione. Il 15 maggio, stanco di tre anni di angherie, botte e minacce di morte, accompagnato da un'associazione antiracket, si è presentato alle autorità giudiziarie e ha cominciato a raccontare.
Un fiume in piena che ha permesso a investigatori e inquirenti di intercettare, osservare, controllare e verificare le sue denunce. Appena 10 giorni più tardi la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro – guidata da Vincenzo Lombardo che ha coordinato il lavoro del pm Vincenzo Capomolla – ha permesso alla squadra mobile di arrestare otto persone, accusate a vario titolo di usura ed estorsione.

Due giorni fa sei degli indagati coinvolti in questa operazione denominata "Breccia", hanno risposto al Gip di Catanzaro, Assunta Maiore, respingendo ogni accusa e fornendo la propria versione dei fatti. Due hanno invece scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.
Per 30 anni questo ristoratore aveva gestito locali di proprietà. Poi, nel 2010, a causa di alcuni debiti contratti con Equitalia, il suo ultimo locale sul litorale jonico va all'asta. Lui cerca di ricomprarlo, riesce ad anticipare alla società che lo ha acquistato 29mila euro ma ha bisogno di altri 80mila euro ma le banche e le finanziarie alle quali si rivolge non ne vogliono neppure sentir parlare di dargli una mano.

Così prova a entrare nella gestione di un ristorante, di un bar e di un campo da calcetto in un villaggio turistico a Cropani Marina, nella speranza di raccimolare altri soldi per ricomprarsi la sua vecchia attività. Ciò che entra nelle casse della moglie, che gestisce un piccolo negozio di generi alimentari, non può infatti bastare.
Per l'affitto dei locali spende 2.200 euro al mese (più Iva) ma non si perde d'animo e prova ad affrontare tutte le incombenze amministrative legate all'apertura del villaggio e solo in quel momento si rende conto di aver bisogno di altri soldi.
Tra febbraio e marzo 2011 chiede 10mila euro ad una famiglia del posto molto chiacchierata e conosciuta alle Forze dell'ordine, da restituire con una maggiorazione di 300 euro al mese.

Da quel momento entra in un vortice dal quale non riesce più ad uscire. La società che gestisce il villaggio passa di mano e lui, come saluto di benvenuto, viene costretto a lasciare sul posto mobili e suppellettili di sua proprietà per un valore di 38mila euro. Prova a esternare la sua contrarietà e per tutta risposta viene colpito con schiaffi al volto, tra le risate di chi era presente. Così, tanto per fargli capire che non c'era nulla da discutere.
Come se non bastasse questa umiliazione, Ciambrone viene accusato di aver provocato un danno economico e di immagine a chi gli aveva prestato i soldi e pertanto, a titolo risarcitorio, avrebbe dovuto rimborsare 35mila euro. E lo deve mettere per iscritto. Una beffa, oltre al danno. Ciambrone esegue e, sconvolto dalla paura, comincia ad onorare il prestito in rate da 750 euro al mese, da settembre 2012 ad aprile 2013.

I ritardi nell'onorare le rate non mancano ma non c'è nessuna pietà da parte dei sui presunti aguzzini. Percosse, schiaffi e minacce anche davanti a moglie e figli mentre, per onorare il debito, la famiglia Ciambrone è costretta a vendere perfino l'oro di famiglia. Tutto ciò però non basta e mentre il ristoratore – per sua stessa ammissione messa a verbale – cade sotto l'usura di un altro personaggio per un nuovo prestito di 10mila euro, matura la decisione di denunciare dopo averne riflettuto con la moglie e aver visto in una trasmissione televisiva che la locale Camera di commercio e l'associazione Libera incitavano alla ribellione contro i soprusi. «Vinto dalla disperazione per una vicenda divenuta sempre più insostenibile – dichiarerà agli investigatori – mi sono determinato a non corrispondere più alcunché ai miei aguzzini, denunciando tutto quanto mi è successo».

Già, non poteva fare altrimenti, visto che a seguito dell'ultimo prestito, era stato minacciato di essere bruciato vivo persino all'interno della caserma dei Carabinieri, nel caso gli fosse venuta la bella idea di denunciare.
Le copie degli estratti conti, le matrici degli assegni, le tracce bancarie, gli appunti, la documentazione prodotta, le conferme, parola per parola, della moglie di Ciambrone, i riscontri investigativi hanno fatto il resto e condotto in carcere otto persone, alcune delle quali già note alle forze dell'ordine perché gravitano intorno alle cosche della zona.

La morale è tratta dal questore di Catanzaro, Guido Marino. «L'importante – ha detto – è che si parli con le Forze dell'Ordine, le uniche in grado di dare una chiara risposta a questi vili reati. Mi preme sottolineare che l'imprenditore che ha denunciato ha compiuto un atto che dovrebbe essere considerato normale e che tutti dovrebbero compiere. È nella normalità che si contrastano queste realtà».
Parole condivisibili, a patto che lo Stato non lasci soli gli imprenditori visto che Ciambrone e la sua famiglia, in quel territorio, dovranno continuare a viverci.
r.galullo@ilsole24ore.com

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