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Questo articolo è stato pubblicato il 15 giugno 2013 alle ore 08:21.

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Una grande cassaforte in cui confluivano e si mischiavano soldi dello Stato italiano e della camorra. Movimentazioni bancarie sospette, attraverso l'istituto Hottinger di Lugano – ai cui vertici c'è Rocco Zullino, il broker della criminalità –, abilmente schermate dalla società fiduciaria Silgocom di Chiasso. Un sistema che avrebbe avuto un duplice risultato: consentire al prefetto Franco La Motta, ex direttore del Fondo edifici di culto (Fec) del Viminale, di far sparire nel nulla 10 milioni di euro dell'ente, e al cugino Eduardo Tartaglia, di veicolare nello stato elvetico capitali del clan Polverino di Napoli. Due filoni oggetto di altrettante inchieste, una alla Procura partenopea che indaga sulla criminalità organizzata, l'altra alla Procura di Roma, che ieri ha ottenuto l'arresto di La Motta, ex vicario al servizio segreto civile, di Tartaglia, Zullino (entrambi già in arresto a Napoli) e Georg Klaus Beherend. Indagata, invece, Rosa Maria Frisari, vice prefetto e funzionario ufficio Ragioneria del Viminale. Nei loro confronti s'ipotizzano, a vario titolo, i reati di peculato e falsità ideologica. L'inchiesta capitolina è del pm Paolo Ielo, che ha delegato le indagini ai Ros di Roma. Ciò che emerge, secondo il gip Massimo Lauro, sono tre diversi spaccati: il tentativo, o quantomeno il millantato tentativo di La Motta, di avere una copertura politica dell'allora ministro all'Interno, Annamaria Cancellieri; il sistema finanziario per far sparire i soldi; il rischio di inquinamento probatorio con il presunto aiuto di due magistrati, padre e figlio. Il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha precisato che nella vicenda il Viminale «è parte lesa». Gli accertamenti ruotano attorno al fondo del Fec, 10 milioni di euro che, secondo il ministero dell'Interno, sarebbero dovuti essere investiti «previo versamento nel conto infruttifero nella tesoreria centrale». Scattano le indagini e si scopre che il denaro è nella banca Hottinger. «Zullino era l'unico legittimato ad operare sul conto», assicura in un interrogatorio Lucia Di Mario, direttore centrale del Fec. I soldi sarebbero stati traghettati su un secondo conto, definito "collaterale", per poi essere girati alla Silgocom, una società fiduciaria già coinvolta in altre indagini. Attraverso questo sistema sarebbero spariti i 10 milioni di euro. Già nei primi mesi del 2012 vi era la volontà del Fec «di dismettere il portafoglio azionario», come emerge dai riassunti delle intercettazioni telefoniche. Si mette, dunque, in moto la macchina per bloccare l'iniziativa. Il 23 marzo 2012 La Motta e Tartaglia sono al telefono, riassumono gli investigatori: il primo assicura «di non preoccuparsi, andranno da chi di dovere, andranno da Bruno a parlare per chiudere questa storia». Bruno secondo la procura è Frattasi, prefetto allora capo della segreteria della Cancellieri. Ma è molto probabile che la citazione di La Mottafosse, come altre, soltanto una millanteria.
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