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Questo articolo è stato pubblicato il 18 giugno 2013 alle ore 06:41.

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ROMA
Questione di ore, ormai, e la Consulta pronuncerà il verdetto sul conflitto di attribuzioni contro il Tribunale di Milano nel processo Mediaset-diritti Tv sollevato dalla presidenza del Consiglio ad aprile 2011 (governo Berlusconi), dichiarato ammissibile dalla Corte il 9 novembre di quell'anno, "rinforzato" da palazzo Chigi (governo Monti) ad aprile 2012 ma ancora in attesa di un verdetto definitivo da parte della Corte. I pochi boatos che rimbalzano da Palazzo della Consulta raccontano di una Corte divisa, di una «forte tendenza a ripensare» l'orientamento restrittivo precedentemente espresso sui «legittimi impedimenti assoluti», ma non così forte da raggiungere la maggioranza. Perciò, alla vigilia l'ipotesi che pare più probabile è quella di un rigetto del ricorso. Il processo - giunto ormai in Cassazione dopo la conferma in appello della condanna dell'ex premier a 4 anni di carcere e a 5 di interdizione dai pubblici uffici per il reato di frode fiscale - non subirebbe quindi i paventati o sperati (a seconda dei punti di vista) contraccolpi derivanti dalla fondatezza del conflitto.
La suspance nasce per il tempo impiegato dalla Corte per pronunciarsi: la decisione è attesa da 19 mesi, un tempo senza precedenti per la soluzione di un conflitto di attribuzioni tra poteri. Le ragioni del progressivo «scivolo», come si dice in gergo, sono state essenzialmente di «opportunità», per evitare che la decisione - qualunque sia - potesse incidere sul tormentato iter politico-istituzionale che ha portato alla formazione del governo Letta sostenuto da una maggioranza Pd, Scelta civica e Pdl, di cui Berlusconi è uno dei principali azionisti. L'eventuale accoglimento del ricorso, infatti, potrebbe (ma il condizionale è d'obbligo) azzerare tutto o parte del processo. Ciò accadrebbe se la Consulta ritenesse leso il diritto di difesa di Berlusconi dalla decisione del Tribunale di non accogliere il «legittimo impedimento» fatto valere all'udienza del 1° marzo 2010, in cui furono raccolte alcune testimonianze, e quindi annullasse l'udienza e l'attività istruttoria compiuta rimettendo al giudice la valutazione sugli effetti di questo annullamento rispetto alle sentenze di primo e secondo grado. La palla passerebbe alla Cassazione, che potrebbe rinviare al Tribunale il processo per la valutazione di merito, a meno che non abbia lo spazio per una valutazione solo di legittimità. Nel primo caso, seppure il Tribunale escludesse che quell'udienza "abusiva" abbia avuto un peso determinante nella formazione delle prove a carico dell'imputato, si dovrebbe ripassare per l'appello e poi di nuovo in Cassazione. Il problema sono i termini di prescrizione, che scadono a luglio del 2014.
L'udienza incriminata era stata fissata su indicazione della difesa di Berlusconi, che aveva già ottenuto dal Tribunale la soppressione di tre udienze precedenti; ma il 24 febbraio (successivamente al calendario concordato) fu convocato un Consiglio dei ministri proprio per il 1° marzo e la difesa dell'ex premier chiese perciò il rinvio per «legittimo impedimento», negato dal Tribunale perché, tra l'altro, non era stata provata la «specifica e inderogabile necessità della sovrapposizione dei due impegni».
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