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Questo articolo è stato pubblicato il 27 giugno 2013 alle ore 15:21.

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Il senatore Sergio De Gregorio all'uscita dal tribunale di Napoli dove si è tenuta l'udienza preliminare per la vicenda della compravendita dei senatori (Ansa)Il senatore Sergio De Gregorio all'uscita dal tribunale di Napoli dove si è tenuta l'udienza preliminare per la vicenda della compravendita dei senatori (Ansa)

Il presunto corrotto (Sergio De Gregorio) chiede di patteggiare 20 mesi, mentre gli altrettanto presunti corruttori (Silvio Berlusconi e Valter Lavitola) invocano il "non luogo a procedere" in ossequio alla norma costituzionale della insindacabilità del voto parlamentare. Ma per avere un quadro preciso della situazione, tutti e tre dovranno attendere il 19 luglio. Si chiude, così, la prima tranche dell'udienza preliminare celebrata questa mattina davanti al gup di Napoli Primavera nell'ambito dell'inchiesta sulla supposta compravendita di parlamentari nel 2007 per indebolire il Governo Prodi.

De Gregorio, che da qualche giorno non è più ai domiciliari per un'altra indagine, vorrebbe uscire di scena, dopo aver ammesso davanti ai pm di essere stato pagato da Berlusconi con tre milioni di euro (di cui due in nero) per passare da IdV al centrodestra, minando così la già gracile maggioranza dell'Esecutivo a Palazzo Madama. I legali di Berlusconi e Lavitola, invece, si oppongono alla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura e, pur ribadendo che la competenza territoriale sarebbe di Roma, a loro dire, ribadiscono che non ci fu corruzione. In attesa della decisione del gup del 19 luglio, sono state comunque accolte le richieste di IdV e Codacons di costituirsi parte civile nel procedimento (respinta, invece, analoga domanda formulata da Antonio Di Pietro).

No al giudizio immediato. Il 19 marzo scorso, il gip Marina Cimma aveva rigettato la richiesta dei sostituti procuratori Woodcock, Curcio, Piscitelli e Milita perché mancava la prova evidente del reato di corruzione. Secondo il giudice, infatti, il denaro versato al politico napoletano dall'ex Premier avrebbe potuto configurarsi al più come finanziamento illecito al partito "Italiani nel mondo" di cui De Gregorio era leader. Inoltre, il gip aveva ritenuto le confessioni di De Gregorio non pienamente convincenti dal punto di vista logico e, comunque, meritevoli di un approfondimento in sede di udienza preliminare attraverso il confronto tra le posizioni dell'accusa e quelle della difesa.

Scuse a Romano Prodi. Nei giorni scorsi, Sergio De Gregorio (assistito dal penalista napoletano Carlo Fabbozzo) ha indirizzato a Romano Prodi una lunga lettera di scuse in relazione proprio a quei fatti. «Da Presidente della commissione Difesa, fra il 2006 ed il 2008, ho messo in atto comportamenti ed azioni politiche che avevano, sì, attinenza con la logica dello scontro politico, ma che nel mio caso erano completamente "manovrate" da un "suggeritore" cui avevo affidato il mio attivismo e le mie capacità personali e professionali», ha scritto De Gregorio. «Quel "suggeritore", Silvio Berlusconi, con cui a quel tempo coltivavo un rapporto intenso, rafforzato da una sorta di sentimento di emulazione che obnubilava i miei comportamenti, si è rivelato negli anni incapace di coltivare i principi di amicizia sincera e di solidarietà personale che erano alla radice del nostro esserci ritrovati». Per De Gregorio «fu un colossale errore non rispettare la volontà degli elettori che mi avevano indicato, quale loro rappresentante, al seggio di Palazzo Madama». Da qui, la decisione di chiedere perdono e di raccogliere «le mie riflessioni su quei fatti in un volume, dal titolo certamente ironico, "Operazione Libertà"» per raccontare ai lettori quanto «sia perverso cedere la libertà della propria coscienza ai 'desiderata' di un vecchio miliardario assetato di potere e di impunità».

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