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Questo articolo è stato pubblicato il 02 luglio 2013 alle ore 07:52.

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Lo scandalo che sta montando attraverso le due sponde dell'Atlantico sulle attività di spionaggio elettronico condotte dalla National Security Agency americana ai danni degli alleati europei e delle istituzioni comunitarie non è destinato a essere facilmente riassorbito.

Del resto, se a nessuno fa piacere essere sorvegliato, l'irritazione non può che essere maggiore quando si scopre che a farlo è il proprio partner. Vedremo nei prossimi giorni quanto grande e permanente sarà il danno. Certo è che a determinarne l'entità giocheranno due fattori diversi: la verifica dell'accuratezza e veridicità delle notizie e delle fonti che le hanno originate e la volontà degli attori coinvolti di medicare e suturare la ferita o di inciderla ancora più profondamente.
Intanto, però, alcune considerazioni possono esser già svolte e non soltanto nella direzione della denuncia accorata degli altrui comportamenti scorretti, quanto anche in termini di "lezioni apprese" sulla scorta della dura esperienza, di illusioni da dismettere e di errori da evitare in futuro. Quando Obama divenne presidente degli Stati Uniti fu eletto da decine di milioni di cittadini statunitensi ma fu portato alla Casa Bianca da un numero molto più elevato di sostenitori, dei quali gli europei rappresentavano la quota maggioritaria e più entusiasta. Dopo gli anni del "Transatlantic divide", simbolizzati dalla presidenza di George W. Bush e della decisione unilaterale di invadere l'Iraq, una Casa Bianca che sembrava privilegiare sistematicamente l'interesse nazionale rispetto a una più ampia tutela delle ragioni dell'alleanza e un'America traumatizzata dall'ossessione securitaria post 11 settembre avrebbero lasciato il passo a qualcosa di nuovo e insieme di antico.

Un giovane presidente, il primo afroamericano della storia, avrebbe riportato indietro le lancette della storia, rinverdendo il mito della nuova frontiera kennedyana e, contemporaneamente, le avrebbe spostate in avanti, nel nome della società civile globale, dei "global commons", della difesa del clima e dell'ambiente... La realtà di questi anni - e non solo di questi giorni - ci ha messo sotto gli occhi che le cose sono andate e andranno in una direzione ben diversa. Il presidente Obama ha dimostrato di non essere riuscito a cambiare registro sulla questione della sicurezza: dalla non chiusura di Guantanamo alla schedatura delle telefonate dei suoi cittadini, dalle "attenzioni fiscali" verso i gruppi conservatori alla persecuzione dei giornalisti dell'Associated Press fino a allo spionaggio sistematico quello nei confronti di partener e alleati, Obama si è dimostrato ossessionato dalla dimensione del "controllo" e del "potere". E ha scelto di privilegiare sistematicamente gli interessi americani anche a danno di quelli degli alleati. Nel far questo non ha solo ridicolizzato le attese naif e palingenetiche legate alla sua ascesa alla Casa Bianca (compreso il premio Nobel alla speranza...), ma ci ha rammentato che anche in epoca di globalizzazione, la dimensione statal-nazionale conta. È vero per la Cina e per l'India, per la Russia e il Brasile, per il Sudafrica e per gli Stati Uniti. È forse un po' meno vero per l'Europa, ma questo in forza di una dimensione peculiare della nostra storia che troppe volte, in anni recenti, abbiamo preteso di universalizzare.

Persino in fase di crisi dell'economia globale, e forse soprattutto in tempi di crisi, dobbiamo prendere atto che le sovranità e le decisioni politiche contano eccome nel definire gli spazi del mercato: sia dando il la alla trattativa per ulteriori ampliamenti di un mercato unico transatlantico sia cercando di non tralasciare ogni possibile tentativo per posizionarsi vantaggiosamente in vista del futuro accordo, persino correndo il rischio di farlo saltare, ritardarlo, o attenuarne la portata una volta eventualmente scoperti. In politica internazionale, chi ha il potere lo usa: è un massima vera oggi quanto lo era cinquecento anni fa. Ma le conseguenze di un suo uso malaccorto non possono essere sottovalutate. Aver messo a rischio la realizzazione di un grande "mercato unico transatlantico" è stato un clamoroso errore da parte americana, almeno in termini di lungimiranza. Perché nelle relazioni economico-commerciali la saggia politica dovrebbe sapere come non esasperare i differenziali di potere tra le parti, dovrebbe riconoscere e tutelare l'autonomia dell'arena economica da quella politica. Ed è esattamente quanto Washington non ha fatto.
Hobbes, in questi giorni, si sta prendendo una decisa rivincita su Kant: che la "comunità internazionale" fosse un concetto vuoto e ampolloso lo abbiamo scoperto e riscoperto tante volte sulle questioni mediorientali. Oggi apprendiamo che persino la "comunità di sicurezza transatlantica" è un ideale che non deve essere sopravvalutato, e che in fondo la "società civile globale" è assai più simile ad uno slogan che ad un concetto analitico.

Il potere sovrano teorizzato da Hobbes non scompare, ma semmai si disloca diversamente, come diverse sono le forme che la rivalità tra sovranità assume col passare dei secoli: e oggi la "comunità transatlantica" è fatta di partnership e rivalità politico-economica, come in passato "il concerto europeo" era fatto di rivalità e partnership politico-militare. Solo le prossime settimane ci diranno se a quasi un secolo dalla scomparsa dell'uno seguirà la scomparsa anche dell'altra.

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