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Questo articolo è stato pubblicato il 14 luglio 2013 alle ore 19:21.

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Caccia F-35: tutti i paradossi di un aereo che costerà all'Italia 14,3 miliardi (2,5 già spesi)

Resta il mistero sulla cancellazione della cerimonia solenne con la quale il 18 luglio era previsto di salutare, presso lo stabilimento costruito a Cameri, l'inizio dell'assemblaggio del primo cacciabombardiere F-35 destinato all'Aeronautica italiana. I lavori cominceranno regolarmente giovedì prossimo ma la cerimonia che avrebbe dovuto vedere la presenza di molti ospiti importanti del mondo politico, militare e industriale italiano e statunitense è stata annullata senza fornire spiegazioni convincenti.

I "padroni di casa" cioè le aziende aeronautiche Lockheed Martin e Alenia Aermacchi si sono limitati a comunicare che la cerimonia di inaugurazione della Linea di Assemblaggio Finale dell'F-35 "è stata posposta a data da destinarsi".
Prima però il portavoce di Lockheed Martin, Joe LaMarca, aveva detto alla Reuters che la cerimonia è stata cancellata su richiesta del ministero della Difesa italiano sottolineando che era prevista la partecipazione anche di Orlando Carvalho, capo della divisione aeronautica di Lockheed, e il generale Christopher Bogdan, che dirige il programma F35 per il Pentagono.

Altre fonti qualificate hanno confermato che è stato il Ministero della Difesa italiano a imporre lo stop all'evento. A microfoni accesi nessuno si sbottona in valutazioni e commenti ma, protette dall'anonimato, alcune fonti militari attribuiscono la decisione del ministro Mario Mauro alla volontà di non riaccendere ulteriori polemiche dopo il dibattito sull'acquisizione dell'F-35 tenutosi alla Camera e quello imminente al Senato. Polemiche divenute roventi dopo che il Consiglio Supremo di Difesa ha ricordato che il programma F-35 è stato già approvato dal governo e il Parlamento non ha potere di veto in proposito. Altre fonti vicine all'ambiente militare sostengono invece che il rinvio della cerimonia sia stato causato dalla situazione di tensione politica di questi ultimi giorni, non legata alla vicenda F-35, e dalle numerose conseguenti assenze di autorità e personalità attese a Cameri.

Probabile quindi che ministri ed esponenti del governo, del Parlamento e delle amministrazioni locali avessero ben poca voglia di "metterci la faccia", cioè di apparire ufficialmente davanti a un programma militare costosissimo, criticato da molti e che raccoglie ben pochi consensi popolari. Esiste anche l'ipotesi che, cancellando la cerimonia, si sia voluto togliere visibilità al programma F-35 per non favorire i critici che evidenziano difficoltà tecniche, costi in crescita e scarse ricadute industriali e occupazionali. A fronte dei 10 mila posti di lavoro declamati fino a poco tempo fa dalla Difesa nei giorni scorsi il generale Domenico Esposito, capo della Direzione armamenti aeronautici, in un'intervista apparsa sul sito del Ministero della Difesa ha parlato di una previsione "a ben oltre 6 mila addetti" dei quali 1.100 già coinvolti nel programma con 200 maestranze al lavoro nello stabilimento di Cameri.

Altre fonti riferiscono invece che i dipendenti di Alenia Aermacchi impegnati a Cameri sono oggi meno di una settantina e nel 2018, quando la produzione di ali e l'assemblaggio dei velivoli saranno a regime, ne sono previsti non più di 200. A questi vanno aggiunti i lavoratori di piccole e medie imprese coinvolte nel programma ma si tratterebbe ancora di poche decine di persone per un programma che dovrebbe costare all'Italia "14,3 miliardi di euro in 15 anni dei quali 2,5 già spesi" come ha sottolineato il generale Esposito che non entra però nel merito della cancellazione della cerimonia limitandosi a precisare che "non incide assolutamente sui piani industriali e sul programma di avvio dello stabilimento e assemblaggio del primo velivolo".

La questione dei costi resta controversa non solo in termini strettamente finanziari ma anche circa la sostenibilità nel tempo di una forza aerea basata su due velivoli, F-35 e Eurofighter Typhoon, a fronte di bilanci della Difesa sempre più risicati. Per intenderci, forze aeree ben più ricche di quella italiana come le aeronautiche di Francia e Germania, disporranno di un solo velivolo da combattimento, il Rafale e il Typhoon, impiegati sia come caccia sia per l'attacco al suolo.

Il programma Typhoon, che all'Italia costa anche quest'anno oltre un miliardo di euro, sta subendo tagli consistenti per liberare risorse da destinare all'F-35. Dei 121 aerei previsti l'Aeronautica ne prenderà solo 96 (ma vorrebbe scendere a 72 vendendo sul mercato dell'usato i primi 24) e rinunciando agli ultimi 24 velivoli della tranche 3b, la più evoluta e con spiccate capacità di attacco al suolo. Il paradosso è che rinunceremo a un cacciabombardiere europeo del quale abbiamo già pagato i costi di sviluppo e produzione per comprarne uno americano il cui sviluppo è ancora tecnologicamente immaturo e i cui costi sono sempre più alti.

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