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Questo articolo è stato pubblicato il 31 luglio 2013 alle ore 08:28.
L'ultima modifica è del 31 luglio 2013 alle ore 08:29.

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Quale che sia l'esito dell'attesissima sentenza della Cassazione su Silvio Berlusconi, non cambiano né i "fondamentali" dell'economia italiana né l'esigenza di riacciuffare nei tempi più rapidi possibili quella crescita che manca ormai da troppi anni, né il senso della denuncia («Le condizioni industriali in Italia rimangono impossibili») avanzata dal l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne.

Sembra una cosa ovvia, ma non lo è. L'atmosfera politica da eterna «resa dei conti» che s'accompagna al clima da campagna elettorale strisciante (e permanente), fa perdere di vista i dati reali già consolidati e quelli di prospettiva, compresi quelli che annunciano l'allentamento della crisi, un ritorno della fiducia ed il traino di una regione-chiave come la Lombardia.

È evidente che la decisione dei giudici sul processo Mediaset può avere (soprattutto nel caso di conferma della condanna dell'ex premier) ripercussioni sul quadro politico e di governo. Ma da qui a perdere di vista un quadro generale che resta comunque incerto e che necessita di azioni forti di politica economica ne corre. Cassazione sì o no (o ni) i problemi sono sempre gli stessi. Non a caso quelli di un Paese bloccato che deve fare i conti con la realtà per ripartire e riprogettarsi in un contesto globale diverso, più difficile e competitivo, se davvero vuole tornare ad essere protagonista.

Ci sono due aspetti che vale la pena sottolineare. Il primo è lo zoccolo duro del riformismo mancato, o centrato solo molto parzialmente (l'eccezione è il riassetto delle pensioni del governo Monti). Nemmeno la "grande emergenza" del 2011-2012 è servita ad invertire una volta per tutte la rotta di un sistema bolso che si nutre di tasse e spara leggi, leggine, circolari, sentenze di ogni genere e grado su tutto ciò che si muove. Fornendo, in cambio, servizi costosi e inefficienti e disincentivando la propensione ad innovare, mettersi in gioco. Le scomode parole di Marchionne testimoniano di un disagio profondo, radicale, sulle prospettive del «fare» impresa e industria in Italia e su un quadro regolatorio dove detta legge l'incertezza del diritto. Inutile far finta che, anche sotto questo profilo, una questione industriale non esista.

Che siano stati varati provvedimenti utili e importanti (il governo Letta ne ha presi oggettivamente diversi, come documentato dal Sole 24 Ore) il discorso di fondo non cambia. La vicenda dell'abolizione delle Province, nel suo interminabile gioco dell'oca istituzionale, è esemplare. Per non dire in generale dell'incompiuto e sgangherato federalismo e della famosa spending review, arenatasi nelle pieghe dei provvedimenti attuativi o tra le righe delle sentenze dei giudici, supremi e no.

Il cosiddetto "rigorismo fiscale" (col pareggio di bilancio in Costituzione espresso in saldi finali ma senza indicazione di livelli di spesa ed entrate) ha fatto il resto ed è scattata la trappola del debito: più tasse, meno domanda, meno produzione, meno gettito, più debito e così via ripartendo. Mentre l'economia reale si è fermata, a corto di credito e di liquidità.

Ma ora, ecco il secondo punto da sottolineare, iniziano a moltiplicarsi i segnali di una ripresa prossima ventura. Ed il rischio è che allo zoccolo duro del riformismo mancato si sovrapponga un'altra occasione mancata, quella di una ripresina che si accende ma balla, e male, per una sola stagione.

È già accaduto. Il Prodotto interno lordo è cresciuto nel 2010 dell'1,7% e nel 2011 dello 0,4% per poi riprecipitare a -2,4% nel 2012 (e sarà -1,9% nel 2013). Fa impressione notare (analisi Svimez, che parla per il Mezzogiorno di "desertificazione industriale") che la perdita cumulata 2008-2012 è stata del -6,9%, la peggiore dopo la sola Grecia, e che in dieci anni, tra il 2001 ed il 2012, il divario nei tassi di crescita è stato pari a oltre l'11%, visto che in questo arco di tempo l'economia italiana è cresciuta del solo 1,6%, rispetto al 14% di quella francese, al 14,3% di quella tedesca, al 21,2% di quella spagnola. Segno di una caduta "sistemica" della produttività che una ripresina mal coltivata non avrebbe la forza di invertirne il corso.

È questo il quadro che sta dietro (permanenza di problemi di fondo irrisolti), e davanti (una finestra per ripartire), la sentenza della Cassazione su Berlusconi. In attesa che si pronunci un'altra Corte, quella Costituzionale tedesca, sugli acquisti di titoli pubblici da parte della Bce col programma Omt voluto da Mario Draghi.
Le incognite superano nel complesso le certezze, ma l'ordine dei dati e dei problemi non muta ed i rinvii servono solo a guadagnare tempo. Tempo che di nuovo (è il caso della revisione dell'Imu) sta scadendo e che una sentenza della Cassazione, di qualunque segno sia, comunque non ferma.

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