Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 05 settembre 2013 alle ore 08:44.

My24


ROMA
Un partito più leggero e più federale, ancorato ai territori, e strettamente legato in Europa alla famiglia progressista del Partito socialista. A disegnare il futuro Pd guidato da Matteo Renzi è uno dei suoi più stretti collaboratori, Dario Nardella, deputato ed ex vicesindaco di Firenze. Sul tema caldo della decadenza di Silvio Berlusconi da senatore poche e ferme parole: «Sarebbe un clamoroso autogol, un suicidio da parte del Pd concedere spazi politici sulla decadenza di Berlusconi. E infatti non accadrà». Fari puntati, invece, su due appuntamenti dell'immediata riapertura: la legge elettorale («va fatta subito») e il finanziamento ai partiti («nessun arretramento sul fronte dello stop ai soldi pubblici, e occorre mettere un tetto alle donazioni dei privati per evitare lo strapotere delle lobby economiche»). A conferma che la pattuglia renziana («cercherò di guarire dalla renzite», dice Nardella riprendendo una battuta dello stesso Renzi) già si pone in Parlamento come pungolo nei confronti del governo Letta.
Renzi alla guida del partito e Letta a Palazzo Chigi. Molti ricordano la diarchia Veltroni-Prodi del 2007/8 per dire che finirà male. Quale divisione dei ruoli tra le due "punte" del Pd?
Tra Renzi e Letta non è mai venuta meno la correttezza e la stima. È un fatto che sono due giovani esponenti diversi tra loro ma che per forza di cose rappresentano il futuro. Matteo mi sembra oggi il leader più in grado di riavvicinare la gente alla politica, è insomma leader di popolo. L'azione di Letta è invece concentrata sul profilo istituzionale, e ha saputo distinguersi nelle relazioni internazionali.
Una convivenza possibile, sempre che il governo regga...
Solo nel caso di una fine traumatica del governo potrebbe esserci un potenziale scontro per la premiership in vista di nuove elezioni a breve, ma ci sarebbero comunque i presupposti per ricomporre lo scontro. Non mi pare tuttavia questo lo scenario più probabile.
L'endorsement di Franceschini e degli ex Ppi aiuta o indebolisce Renzi? Non c'è il rischio di riproporre il vecchio schema ex Ds da una parte ed ex Margherita dall'altra?
Matteo continuerà ad andare avanti per la sua strada. La sua proposta di partito – leggero, federale, legato ai territori e non più romanocentrico – è incompatibile con la tattica degli accordi con le varie correnti. Con Matteo poi non funziona il giochino ex Ds-ex Margherita. Sarà il primo segretario Pd che non ha mai avuto la tessera della Dc o del Pci: se noi vogliamo un partito veramente nuovo dobbiamo farlo con le donne e con gli uomini della nuova generazione. E chi pensa che la vittoria del cattolico Renzi riporterà in vita la Margherita sbaglia: in Europa ci sono due grandi famiglie, quella conservatrice legata al Ppe e quella progressista legata al Pse. Ebbene, il Pd di Renzi starà con i progressisti socialdemocratici.
Quale legge elettorale per il futuro "sindaco d'Italia"? Va bene la proposta D'Alimonte, ripresa e aggiornata da Luciano Violante, del doppio turno di coalizione?
Intanto va detto che la procedura d'urgenza votata alla Camera sancisce la separazione temporale della legge elettorale dalle pur necessarie riforme costituzionali. Occorre intervenire subito. La migliore soluzione sarebbe il doppio turno di collegio, ma viste le resistenze del Pdl va bene anche il doppio turno di coalizione con le preferenze in quanto garantirebbe la governabilità. Però attenzione: lo sbarramento del 5% deve essere effettivo, i partiti sotto soglia non devono contribuire al monte quorum per l'assegnazione del premio. Altrimenti i partitini rientrano dalla finestra.
© RIPRODUZIONE RISERVATA