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Questo articolo è stato pubblicato il 17 settembre 2013 alle ore 06:56.
L'ultima modifica è del 17 settembre 2013 alle ore 07:28.

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Giunti a questo punto, si capisce perché il presidente del Consiglio parla di un «esecutivo in bilico», rifiutando peraltro il ruolo di «parafulmine» per sé e per il suo grande alleato, il capo dello Stato. In realtà non è il timore della crisi di governo in sé a rendere inquieto Enrico Letta, bensì qualcosa di peggio: la sensazione di essere il prigioniero della guerra fredda fra i partiti della coalizione. Un prigioniero ovviamente dominato dal senso d'impotenza, pronto a respingere l'accusa di aver fatto poco nei suoi primi mesi a Palazzo Chigi e tuttavia consapevole che le «larghe intese» a scartamento ridotto sono un'occasione persa in un paese che di occasioni non ne ha più molte.
È a questo che bisogna ricondurre l'irritazione crescente del premier; il quale può anche minacciare di abbandonare il campo, ma certo non è in grado di farlo sul serio. L'argomento della stabilità, dell'Europa e dei mercati è efficace per tagliare le unghie ai fautori delle elezioni anticipate - si tratti dei cosiddetti "falchi" berlusconiani o del nuovo falco democratico Matteo Renzi. Ma c'è anche il rovescio della medaglia: vale allo stesso modo per chi, come Letta, porta sulle spalle la massima responsabilità del governo e non può disfarsene in un momento di stanchezza.

Le leggi economiche di fine anno incombono e sono la vera priorità; insieme al tentativo (almeno il tentativo) di dare respiro alle riforme istituzionali e rivedere la legge elettorale. Ecco dunque che il prigioniero di Palazzo Chigi è vincolato al suo destino per quanto mediocre e incerta sia la maggioranza che dovrebbe sostenere il governo. Tanto che oggi, alla vigilia del voto nella Giunta del Senato sulla decadenza di Berlusconi, si possono fissare due o tre punti fermi.
Il primo riguarda le mosse di Berlusconi. Tutti si sono ormai convinti di quello che era abbastanza chiaro già da giorni. E cioè che il capo del centrodestra non ha la convenienza né la forza e quindi nemmeno l'intenzione di aprire la crisi dopo il voto parlamentare. Finirà per lasciare il Senato, in ottemperanza alla legge. Poi si dedicherà a costruire il suo nuovo partito, Forza Italia o come si chiamerà. E si rivolgerà agli italiani per spiegare la sua versione.
Tutto questo esclude l'apertura della crisi. Purtroppo non garantisce nemmeno il rilancio dell'azione di governo. Non a caso la preoccupazione di Letta, come è detto, riguarda proprio questa "zona grigia" in cui rischia di ridursi l'esperienza della grande coalizione. In fondo l'impazienza di Renzi, sull'altro versante politico, è assai significativa. Gli intransigenti dei due campi marciano divisi, ma il loro obiettivo strategico è abbastanza simile: logorare le larghe intese e accorciarle in vista di un voto anticipato che però è nelle loro menti piuttosto che nel novero delle ipotesi gradite al Quirinale.

In ogni caso tali spinte s'intrecciano con la nuova stagione del centrodestra, in cui Berlusconi non sarà più quello di prima, e del centrosinistra alle prese con il suo congresso infinito. Ne deriva che lo scenario politico si sta dividendo in forme nuove. Si delinea un fronte trasversale che vuole lavorare per la stabilità e quindi per il governo. E due forti ali irrequiete a sinistra e a destra che vorrebbero schiacciare la tendenza centrista, chiamiamola così, in vista di uno scontro duro e risolutivo. È una partita appena cominciata.

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