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Questo articolo è stato pubblicato il 25 settembre 2013 alle ore 08:41.
L'ultima modifica è del 25 settembre 2013 alle ore 08:42.

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Che il caso Telecom-Telefonica (per il quale il grande gruppo spagnolo, nel giro di un anno, assumerà il controllo pieno della maggiore società telefonica nazionale) sia deflagrato – assieme a quello Air France-Alitalia- paradossalmente nei giorni in cui il premier Enrico Letta è impegnato a promuovere all'estero il piano «Destinazione Italia», offre un'occasione preziosa. Quella di evitare la confusione, di dire le cose come stanno sulle prospettive dell'impresa in Italia e di accendere una luce sul ruolo e i poteri di indirizzo e di veto dello Stato.

La politica italiana ha scoperto improvvisamente che il gruppo privato ex monopolista italiano sta passando sotto il controllo di una public company iberica, dimenticando che la Telco (la holding nata nel 2007 che controlla il 22,4% di Telecom Italia) era già a maggioranza spagnola e che da tempo i soci italiani rimasti (Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Generali) avevano prospettato la loro uscita di scena.
Certo, nell'accordo appena siglato non mancano i punti critici. Ad esempio, siamo al cospetto di un'operazione in cui le azioni si scambiano dentro il solo patto di sindacato, il che non pare certo (ne riferiamo a parte) una mossa di mercato e favorevole al mercato. Per non dire di una società (Telefonica) che oberata di 45 miliardi di debiti assume il controllo di un'altra società (Telecom Italia) che di debiti ne ha circa la metà, 28.

Tuttavia, sono fuori luogo la sorpresa e i richiami di bandiera (mai come in questo caso) sull'interesse nazionale tradito e calpestato. Bisogna dire le cose come stanno. Se tradimento c'è stato, la prima responsabilità è proprio quella della classe politica.

Quella classe politica che ha sempre guardato a valle di queste operazioni cercando di "contrattare" le opzioni a lei più favorevoli e infischiandosene, a monte, del profilo industriale del Paese necessario per reggere la sfida sui mercati.

La pagina delle privatizzazioni "all'italiana" annovera molti capitoli ingloriosi e poche riflessioni strategiche su cosa (e come) dismettere e cosa no. Abbondano, al contrario, le pagine per non intaccare comunque le cittadelle del roccioso capitalismo municipale pubblico, fonte di potere e consenso.

La grande crisi ha fatto il resto. Le "operazioni di sistema" del capitalismo relazionale a bassa intensità di capitali e forte propensione al debito hanno via via perso forza ed è emersa una nuova e più selettiva politica societaria delle partecipazioni. Il sistema è rimasto così nudo di fronte ai suoi problemi irrisolti da anni, mentre in parallelo ha preso a correre un processo di deindustrializzazione i cui guasti sono sotto gli occhi di tutti e il rapporto della Commissione Ue fresco di stampa lo dimostra ampiamente.

Inutile, in questo contesto, meravigliarsi se il gruppo Valentino è rilevato dal fondo privato della famiglia reale del Qatar, se i Baci perugina volano in Svizzera, se Francia e Spagna pescano a piene mani nell'industria del lusso e dell'agro-alimentare.

Ma di qui a dire che uno Stato (ancorché sperabilmente leggero e non invasivo, ma forte di idee e capace di dettare regole di contesto chiare e trasparenti) debba disinteressarsi di un caso come quello in questione ne corre e gli esempi esteri sono molteplici. Nella vicenda Telecom-Telefonica, mentre gli azionisti privati fanno ciò che ritengono più opportuno assumendosi le loro responsabilità di fronte al mercato, lo Stato non deve perdere di vista la rete, il vero asset strategico su cui si gioca (si pensi alla banda larga) una quota importante della crescita del Paese. Questo sì che è un interesse nazionale da coltivare con cura e determinazione e che necessita di forti investimenti.

È comprensibile che Telefonica punti a tenersi la rete. Ma lo è altrettanto il fatto che lo Stato punti a salvaguardare questa infrastruttura strategica, magari attraverso l'intervento della Cdp, «l'investitore di lungo periodo con missione pubblica», come l'ha definita il presidente Franco Bassanini.

Siamo in Europa, su un terreno vigilatorio e regolatorio difficile, e chi invoca l'uso dei poteri speciali (la famosa golden share) come panacea deve fare i conti con leggi e decreti. Il Governo (avendo comunque in canna il colpo) sembrerebbe orientato a seguire un percorso diverso, di moral suasion nei confronti di Telefonica che dovrebbe assicurare investimenti adeguati. Dovrebbero insomma allinearsi gli interessi privati aziendali con quelli pubblici. In ogni caso, non si può smarrire il filo della rete. Ne va dello sviluppo italiano.

guido.gentili@ilsole24ore.com
r@guidogentili1

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