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Questo articolo è stato pubblicato il 04 ottobre 2013 alle ore 07:54.

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Chissà se l'ecatombe che si sta profilando con sempre maggior nettezza di ora in ora riuscirà a far comprendere a tutti, a iniziare dai nostri partner europei, che la tragedia di chi scappa dalle zone di guerra, pulizia etnica o anche "solo" da una miseria senza fine è qualche cosa che non può – e non deve – riguardare solo il Paese nelle cui acque o sulle cui coste si consuma l'atto finale.

Questa volta è toccato agli eritrei, qualche giorno fa ai siriani, altre volte ancora a libici o maliani, ad afgani o pakistani… È globale la geografia della morte disegnata giorno dopo giorno dai barconi stracolmi di esseri umani scagliati nel Mediterraneo, come fossero relitti stipati di pupazzi di pezza, da criminali privi di scrupoli e di umanità. Li chiamiamo "migranti", questi disperati che affidano le proprie vite a questa gentaglia e chiamiamo "mercanti di schiavi" i loro aguzzini. Chi accetta di salire su una carretta della morte, non sta emigrando, sta semplicemente scappando da un destino disperato e ineluttabile. E i mercanti di schiavi erano perlomeno interessati a far arrivare viva la più parte del proprio carico, per poter incassare il prezzo della loro vendita. Non è così evidentemente per gli scafisti e i loro padroni, che il prezzo per il loro commercio lo incassano prima della partenza, pagato per giunta dalla "merce" che devono trasportare.

Non esistono soluzioni miracolose a un dramma di dimensioni enormi come quello di cui ieri si è consumato un ennesimo atto, solo un po' più brutale. Esiste però la possibilità di comprendere almeno due cose molto semplici. Sul lato dell'accoglienza e della gestione dei flussi è necessario che l'Europa prenda atto che l'appartenenza alla casa comune europea non può essere un concetto utile solo a strigliare greci, spagnoli e italiani quando non si mostrano sufficientemente solerti a mettere in ordine i propri conti. Deve invece significare anche solidarietà tra i Paesi d'Europa: una solidarietà ancora più doverosa quando essa può comportare una ricaduta virtuosa nei confronti di tanti esseri umani molto più disgraziati di quanto tanti di noi riescono neppure ad immaginare. Sul lato della provenienza dei flussi e delle rotte del traffico siamo qui a contemplare le conseguenze ultime dell'aver lasciato che situazioni di crisi degenerassero oltre ogni misura o dell'essere malamente intervenuti in altre aree. Libia, Siria, Eritrea, Somalia: sono i nomi di crisi trascurate o mal gestite che coincidono con i Paesi di origine e di transito dei nuovi schiavi. Nessuno ha la bacchetta magica, lo ripetiamo. Ma la realtà ci ricorda sempre la sua esistenza, anche quando noi la rimuoviamo o giriamo la testa dall'altra parte per non vedere ciò che vorremmo non esistesse. Nelle settimane scorse abbiamo contemplato con trepidazione l'eventualità che un intervento militare unilaterale in Siria potesse portare il Medio Oriente in un conflitto generalizzato.

Abbiamo poi tirato un sospiro di sollievo di fronte all'individuazione di una possibile via di uscita politica dalla crisi scatenata dall'impiego di armi chimiche da parte del regime di Asad. I morti di queste ore sono eritrei, non siriani: ma ugualmente la loro strage ci ricorda che cosa potrebbe succedere domani, se ci cullassimo nell'illusione che la guerra civile siriana possa essere lasciata consumare a oltranza. E analogo ragionamento vale per la Libia, dove la situazione sempre più opaca e incontrollata sta consegnando il controllo delle coste e dei ricchi traffici illegali che questo consente a nuove bande criminali, potenzialmente legate a gruppi jiahdisti o quaedisti. Prendiamo atto di questa realtà e ricordiamoci di questa lezione tragica e del suo drammatico monito anche nei prossimi giorni. E' il solo modo che abbiamo per rendere onore ai poveri morti delle scorse notti.

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