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Questo articolo è stato pubblicato il 06 ottobre 2013 alle ore 08:14.

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A Roma 864 milioni di squilibrio, a Milano mezzo miliardo; Catania e Napoli salvate dagli aiuti di stato. Nella finanza locale si accende la spia rossa sui conti tra rinvii e correttivi, dall'Imu alla Tares alle privatizzazioni. Nei Comuni occhi puntati sulle case fantasma, che possono portare 2 miliardi di tasse arretrate.
Trovati, De Benedetto, Saporito, Busani u pag 2-3

MILANO
A Roma il bilancio è un problema con tante incognite e un solo dato, gli 864 milioni di euro di squilibrio da recuperare in extremis; a Milano si è un po' più avanti, perché la Giunta ha già presentato la proposta sui conti 2013, ma il dislivello da superare vale mezzo miliardo e la cura delle tasse spacca la maggioranza. A Genova il preventivo è stato approvato a inizio agosto tra manifestazioni di piazza e cariche della polizia, Catania invece si aggancia alla scialuppa degli aiuti statali anti-dissesto, imboccando lo stesso percorso su cui si è avviata Napoli lo scorso anno. A Palermo, intanto, dopo qualche mese di calma riesplodono le proteste dei dipendenti Gesip, la maxi-società del Comune con quasi 2mila persone in organico, appese al filo di una cassa integrazione che per ora non guarda oltre il 31 dicembre. Che sta succedendo ai grandi Comuni italiani?
Ogni città ha una storia a sé, ma la girandola di rinvii, proroghe e correttivi che ha travolto ogni aspetto della finanza locale, dall'Imu alla Tares, dalle liberalizzazioni alle privatizzazioni, rischia di far esplodere tutte insieme le tante mine malcelate nei conti comunali. Nel 2012, un assegno da più di mezzo miliardo di aiuti statali per avviare il fondo anti-dissesto ha spento gli incendi più gravi (Napoli in primis), allontanando il rischio sistemico di default a catena. La "rotazione" del fondo, però, che dovrebbe essere alimentata dalle restituzioni da parte dei Comuni interessati, fatica a partire, e dalle città in crisi tornano a risuonare le richieste di aiuto allo Stato.
La più forte arriva direttamente dalla Capitale, dove si spera in un «salva-Roma» per cercare di far quadrare un bilancio che pare restio a ogni cura ma all'Economia la richiesta per ora non fa breccia. Da recuperare ci sono 864 milioni, nati secondo l'amministrazione dalla gestione «in dodicesimi» attuata fin qui in attesa del preventivo. In amministrazione straordinaria, i Comuni possono impegnare ogni mese un dodicesimo degli stanziamenti dell'anno precedente, ma nel 2013 i fondi sono drasticamente ridotti e la fedeltà a questa regola rischia di aprire buchi enormi nei conti. In queste settimane i tecnici del Campidoglio hanno messo sul tavolo un pacchetto di strumenti che naturalmente, accanto a tagli e ristrutturazioni di spesa, non possono ignorare alcuna medicina fiscale. Tra le opzioni c'è l'aumento dal 5 al 6 per mille dell'aliquota Imu sull'abitazione principale (l'aliquota ordinaria è già al massimo), in attesa di capire la sorte dell'imposta e delle compensazioni in caso di stop anche alla seconda rata, e il salto record dell'addizionale Irpef, che potrebbe arrivare fino all'1,2 per cento. A Roma oggi si applica lo 0,9%, ma quattro punti base sono girati allo Stato per il rientro dal vecchio debito, e l'ipotesi è di applicare il tetto massimo imposto ai Comuni (0,8%) come secondo scalino, da aggiungere alla quota "statale". Ignazio Marino, però, nei giorni scorsi ha dichiarato di non voler essere il «sindaco delle tasse», e la quadra politica è ancora tutta da trovare.

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