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Questo articolo è stato pubblicato il 14 ottobre 2013 alle ore 18:58.
L'ultima modifica è del 14 ottobre 2013 alle ore 19:01.

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Robert Shiller, uno dei tre scienziati americani vincitori del Premio Nobel per l'economia. (Reuters)Robert Shiller, uno dei tre scienziati americani vincitori del Premio Nobel per l'economia. (Reuters)

La gente è affascinata dalla ricchezza. Ama guardare i ricchi, sognare le loro belle case, le loro vacanze di lusso, le loro macchine eleganti e le loro cene da gourmet. Ma chi da questo volesse desumere che la gente dedica grande impegno a pianificare il modo migliore per accumulare ricchezza per sé, sarebbe fuori strada.
La maggioranza delle persone non sembra preoccuparsi molto di quanta parte del proprio reddito accantonare per il futuro, o di calcolare di quanto benessere extra potrebbe godere negli anni a venire ritoccando oggi il proprio tasso di risparmio. La maggior parte della gente si limita a estinguere il mutuo, versare i contributi obbligatori per la propria pensione pubblica o privata (sempre che ce l'abbia) e tenere da parte un po' di soldi per le contingenze di breve periodo. Tutto qua.

L'economista Frank Ramsey, in un famoso articolo pubblicato nel 1928, diceva che le persone «non hanno la capacità di immaginare» le conseguenze delle proprie azioni odierne sul loro futuro. Se adottassero il giusto approccio alla questione, dice Ramsey, giungerebbero facilmente alla conclusione che devono mettere da parte la metà del proprio reddito: in questo modo, accumulerebbero una ricchezza tale da garantire loro molte gioie negli anni successivi. Di solito, però, questa è una possibilità a cui la gente nemmeno pensa.
Richard Thaler, un economista contemporaneo, nel 1980 parlò di un "effetto dotazione". La gente può ammirare altre cose, ma si comporta come se, in linea di massima, fosse sufficientemente contenta di quanto già possiede e le mancasse la volontà di prendere in considerazione un cambiamento reale.

L'apatia umana riguardo al tema dell'accantonamento di fondi per il futuro è una delle sfide più impegnative per i Governi. I leader più attenti riconoscono che il problema esiste ed è tangibile, e che non può essere ignorato. Eppure, le tradizionali filosofie politiche di destra e di sinistra faticano a offrire soluzioni.
Singapore ha scelto un approccio diretto, fin dal 1955: un piano di risparmio nazionale e obbligatorio, che produce tassi di risparmio elevatissimi. La percentuale di contributi destinati al Fondo di previdenza centrale oggi è del 34,5% per i redditi più alti.
Gli Stati Uniti non hanno nessun tipo di piano risparmio obbligatorio, e il tasso di risparmio personale è spaventosamente basso (anzi, addirittura negativo). Ma il Governo è restio a prendere in considerazione l'introduzione di meccanismi obbligatori e preferisce prendere misure per superare l'inerzia dei singoli, un fattore che inibisce il risparmio.

La legge del 2006 per la difesa delle pensioni, promulgata dal Governo americano, incoraggia i datori di lavoro a iscrivere automaticamente i dipendenti a un piano di risparmio personale per la vecchiaia. La differenza fondamentale con il programma di Singapore è che il datore di lavoro non ha un obbligo in tal senso, e i dipendenti, anche se le deduzioni dalla busta paga inizialmente vengono applicate senza necessità del loro consenso, possono ritirare la loro adesione al programma facendone richiesta. Il recente piano neozelandese, il KiwiSaver, e la legge di riforma delle pensioni promulgata dal Governo britannico nel 2007 sono basati anch'essi sull'iscrizione automatica per i dipendenti, con possibilità di revocare l'adesione.

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