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Questo articolo è stato pubblicato il 17 ottobre 2013 alle ore 08:36.
L'ultima modifica è del 17 ottobre 2013 alle ore 17:47.

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Ha ragione Enrico Letta quando dice che per la prima volta in tempi recenti questa manovra può dare e non togliere. Dopo anni di stangate o aggiustamenti più o meno necessari, il saldo della legge di stabilità può permettersi di aumentare e non ridurre il deficit, ovviamente all'interno del vincolo del 3%. E tuttavia, proprio per questo, era legittimo aspettarsi di più, nel tentativo di rilanciare l'economia reale e agganciare una possibile, ma per nulla scontata, ripresa.

C'è molto buon senso in questa manovra, manca totalmente l'ambizione. E c'è l'incognita pesante, una vera e propria mina, della stangata sulle accise (ma ne parleremo più avanti).
C'è buon senso nell'avvio di un percorso pluriennale di riduzione della pressione fiscale lì dove c'è l'emergenza principale di questo Paese, sul lavoro e sulle imprese, e nella scelta di dare ossigeno ai comuni per le spese di investimento.
C'è poi un pacchetto di misure per il rilancio dei cantieri, che non deve essere sottovalutato. Si torna a investire (6 miliardi) in grandi infrastrutture e lo si fa selezionando le opere prioritarie su cui concentrare le risorse. Non sarà facile far tornare a crescere in modo significativo - come promette Letta - la spesa pubblica in conto capitale, crollata all'1,8% del Pil, ma il tentativo di farlo va riconosciuto. E non si tratta solo di grandi opere. Da apprezzare anche lo sforzo di riproporre per l'anno prossimo i bonus edilizi per i lavori di ristrutturazione: non una grande riforma, ma una misura sicuramente utile a sostenere occupazione e piccole imprese.

Tuttavia manca l'ambizione.
Manca – l'ambizione – nelle cifre, perché il taglio al cuneo può essere un punto di partenza, non certo la scossa di cui l'economia ha bisogno. Ma manca anche nella decisione di rinviare ancora una volta le questioni strutturali in grado di garantire coperture certe e consistenti ai necessari impegni per la riduzione della pressione fiscale e per gli investimenti. L'ormai mitologica spending review è di fatto rimandata al prossimo anno, quando Carlo Cottarelli, il commissario di fresca nomina, avrà fatto tutti gli approfondimenti e le valutazioni del caso. Intanto si ricorre ancora una volta a un taglio lineare, per quanto modesto.
Rinvio anche sulla questione delle quote della Banca d'Italia, sull'operazione di recupero ai fini fiscali dei capitali all'estero e sulle privatizzazioni.

C'è infine l'incognita più preoccupante di questa manovra. Ed è anche questa collegata a un rinvio. Nell'ultima versione della legge di stabilità su cui lavoravano i tecnici ieri sera si rimanda a un decreto (un Dpcm) da emanare entro il 31 marzo del prossimo anno per definire un aumento delle accise e del prelievo fiscale per cifre considerevoli: si tratta di 3 miliardi nel 2015, 7 miliardi nel 2016 e 10 miliardi nel 2017. L'aumento potrà essere evitato, se ci saranno corrispondenti tagli alla spesa attraverso la spending review.
Una sorta di clausola di salvaguardia incrociata. Che getta però un'ombra inquietante sulla manovra, con il rischio di un aumento delle tasse molto considerevole se non si procederà con tagli di spesa tutti ancora da individuare. Una bella responsabilità per il neo-commissario alla spending review Carlo Cottarelli.
Ps. Tra le coperture c'è anche una prima tranche di tagli alle agevolazioni fiscali per 500 milioni nel 2014. Peccato che ancora una volta, se il governo non ci ripenserà, è un taglio retroattivo.
@ fabrizioforquet

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