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Questo articolo è stato pubblicato il 28 ottobre 2013 alle ore 06:40.

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«Ritornerai, lo so ritornerai». Più che una consapevolezza, al momento è una speranza su cui il Governo italiano sta già lavorando. L'obiettivo è far rientrare i capitali italiani all'estero. Stavolta però senza sanatorie come per gli ultimi scudi fiscali. La rotta sembra già tracciata con un intervento su due fronti. Sul primo sta lavorando l'agenzia delle Entrate (si veda l'articolo in basso) con una struttura ad hoc: l'ufficio centrale per il contrasto agli illeciti fiscali internazionali (Ucifi). Il secondo è un intervento legislativo sia sulle sanzioni tributarie per chi si "pente" riportando soldi e patrimoni in Italia, sia sulle soluzioni per circoscrivere le conseguenze relative a reati tributari e antiriciclaggio.
Nel mirino ci sono duecento miliardi di euro da far ritornare, su cui poi recuperare le tasse evase e applicare le sanzioni. Una stima che il Sole 24 Ore del Lunedì ha effettuato partendo da uno studio realizzato nel 2011 da due ricercatori della Banca d'Italia (Valeria Pellegrini ed Enrico Tosti). Lo studio mette in evidenza come nel 2008, e quindi prima dell'ultimo scudo fiscale, i capitali sotto forma di titoli di portafoglio (fondi, azioni, obbligazioni) detenuti all'estero di nascosto al Fisco italiano oscillassero 124 e i 194 miliardi di euro (in pratica tra il 7,9% e il 12,4% del Pil). Nello stesso studio si sosteneva che le regolarizzazioni (scudo) di titoli in portafoglio fossero quantificabili in 60 miliardi di euro. Dal conto erano però esclusi gli altri patrimoni portati illegalmente all'estero: denaro contante, depositi in conto corrente, immobili. Così, incrociando questa stima con i dati sulla composizione dell'ultimo scudo (per aggiungere le altre forme di ricchezza), secondo la composizione del tipo di attività ricostruita da Bankitalia, il conto delle attività all'estero non dichiarate dagli italiani può essere stimato in una forchetta tra 157 e 197 miliardi di euro. Un flusso rilevante di capitali in uscita nel giro di pochi anni che potrebbe trovare spiegazioni sia in chiave di reazione alla crisi finanziaria sia al naturale aumento di valore della ricchezza già all'estero.
Al di là dei numeri - alcune stime parlano addirittura di 300 miliardi di euro all'estero - questa partita è destinata a diventare centrale fin dalle prossime settimane. L'eventuale rimpatrio solo di metà dei 200 miliardi, con sanzione "premiale" tra il 15 e il 20% porterebbe a un incasso fino a 20 miliardi di euro. Un gettito a cui Governo e Parlamento guardano con molto interesse, soprattutto nel tentativo di allentare la morsa della pressione fiscale e di trovare risorse per lo sviluppo.