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Questo articolo è stato pubblicato il 02 novembre 2013 alle ore 18:04.

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ROMA - Almeno un miliardo dalla "web-tax" per alzare la dote del cuneo fiscale. Sarebbe questo l'obiettivo della proposta di legge presentata alla Camera dal presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia (Pd), che punta a tassare in Italia l'attività di raccolta pubblicitaria e di commercio elettronico svolta dalle multinazionali che fanno profitti su internet, da Google ad Amazon a Yahoo e altri ancora.

Ma non solo. La proposta punta alla tracciabilità con bonifico bancario o postale per contrastare l'evasione fiscale nelle transazioni online. Che, spiega lo stesso Boccia, devono essere intese come commercio elettronico diretto e indiretto, e che oggi di fatto sfuggono a qualsiasi forma di prelievo nel Paese dove al contrario vengono fruiti beni e servizi e sui quali si producono ricavi.

L'obiettivo del Pd di far pagare le tasse alle multinazionali di internet si è già trasformato, con l'assenso del Governo, in uno dei principi della delega fiscale licenziata a inizio ottobre a Montecitorio e ora all'esame del Senato. L'ipotesi del Pd sarebbe quella di dare attuazione a quei principi facendo salire sul treno della stabilità la proposta di legge targata Boccia.

Secondo il presidente della Bilancio la ratio di fondo è quella di consentire al sistema fiscale di interpretare la trasformazione dell'economia e dei mezzi di produzione: «Non è stressando il prelievo su accise, sigarette o scontrini del salumiere che si possono recuperare nuove risorse, evitando che i nostri consumi online arricchiscano soggetti che non hanno interesse a sviluppare attvità economiche».

Con una modifica alla legge (Dpr 633/72) in materia di soggetti Iva, si introduce l'obbligo per i committenti di servizi online di poter acquistare solo da soggetti in possesso di una partita Iva italiana. In questo modo i soggetti passivi d'imposta (i committenti di servizi online) non potranno più sfuggire al prelievo italiano su questi stessi servizi. Ma con un cambio di prospettiva. Come spiega Boccia si punta a far pagare le tasse ai big del web non obbligandoli ad avere una partita Iva, ma piuttosto obbligando i soggetti che vogliono fare pubblicità in Italia e vendono i loro prodotti sul mercato italiano, anche online, ad acquistare da un soggetto che ha partita Iva in Italia. L'obbligo di rivolgersi a un soggetto con partita Iva non si limita al solo commercio elettronico ma anche all'acquisto di spazi pubblicitari dei link sponsorizzati che appaiono sulle schermate e sulle pagine dei motori di ricerca. Questi spazi pubblicitari, dunque, potranno essere venduti esclusivamente da editori, concessionarie pubblicitarie o motori di ricerca in possesso di regolare partita Iva italiana.

Con un'ulteriore ricaduta anche in termini di limitazioni a forme di concorrenza sleale. Quella messa in atto dagli operatori on line che, pur considerando le sanzioni inferiori agli utili prodotti, continuano a fatturare da Lussemburgo, Irlanda e altri Paesi anche non Ue, tutti i prodotti venduti in Italia, applicando in alcuni casi l'Iva del 15% (caso lussemburghese) contro gli altri distributori che fatturano al 22%. «Un circolo vizioso che va interrotto – sottolinea Boccia – se non si vogliono perdere per sempre tasse e posti di lavoro oltre che favorire un modello di business perdente con una normativa opportuna a cui Francia, Regno Unito e Germania hanno già provveduto».

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