Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 03 novembre 2013 alle ore 08:39.

My24

In quello che avrebbe dovuto essere il suo ultimo film, Fanny e Alexander – in edicola da sabato 9 novembre con il Sole 24 ore in versione resaturata dalla Bim – Ingmar Bergman vede l'occasione di testimoniare nuovamente come l'atto creativo sia per lui l'unica forma possibile di comunicazione personale.
La saga degli Ekdahl, teatranti di provincia, felici di raccontare il grande mondo attraverso il piccolo mondo del palcoscenico, permette al regista svedese di gettare un occhio retrospettivo su avvenimenti ed emozioni della propria vita attraverso la sapiente combinazione di memoria "volontaria" (delle sofferenze) con quella "involontaria" (di gioie e godimenti).
Per una volta persino l'atto della recitazione, di solito offuscato da inganni e angosce, si presenta sotto la luce rassicurante di un'arte tramandata per via familiare con pacato orgoglio, tanto che il film appare, in prospettiva autobiografica, un tentativo di liberarsi di demoni e fantasmi e forse anche un approdo alla serenità, come dimostrano metaforicamente le porte dischiuse del laboratorio privato.
Fanny e Alexander, serie televisiva di cinque ore e, ancor prima, romanzo dalla scrittura densa e contemporaneamente fluida, ispirato a due fonti dichiarate (Dickens per l'infanzia umiliata e Hoffmann per le salvifiche magie, a cui andrebbe aggiunto il Goethe di Wilhelm Meister), si trasforma, nella più compatta versione cinematografica, in un viaggio in tre atti: sintesi paradigmatica del percorso adolescenziale dei due fratelli.
Nel primo, Alexander, aiutato dalla confortevole cornice del teatro-famiglia dai riti lieti e stravaganti – sorta di Eden primigenio – si predispone alla sensibilità connaturata agli Ekdahl alternando nei giochi lanterna magica e piccolo teatro di marionette. Nel secondo, l'improvvisa morte del padre e le nozze della madre con un vescovo (l'indimenticabile Vergérus controfigura dello shakespeariano Claudio) precipitano Alexander e la sorella Fanny nella fredda e austera canonica del patrigno, dove l'implacabile severità luterana devia verso tentazioni sadiche.
Nell'ultimo atto, che sancisce l'ingresso di Alexander nella vita adulta in cui realtà e suggestione, uomini e ombre convivono liberamente, forze magiche e imperscrutabili permettono la rocambolesca liberazione e il ritorno a casa dei fratelli, aiutati dal memorabile mercante ebreo Jacobi nella cui bottega si nascondono presenze incantate e misteriose. Il racconto cinematografico di Bergman è in Fanny e Alexander più coinvolgente che mai: senza derogare dal rigore assoluto che connota il suo cinema, il regista svedese accetta qui la sfida della narrazione corale, pacificatrice, intrisa di quel buonumore inscindibile dalla fantasia che ha già messo in scena, per esempio, nel Flauto magico. Non a caso all'armonia della composizione visiva e alla luce dell'immancabile Nykvist, contribuiscono le musiche del prediletto Schumann a cui fanno da contrappunto gli stralci di Britten per le raggelanti apparizioni del vescovo.
Naturalmente Fanny e Alexander è un mirabile esempio di riflessione sul teatro e sullo spettacolo. Alla fine, dopo che la famiglia è di nuovo riunita, l'anziana capostipite sul cui grembo poggia la testa di Alexander legge le parole con cui Strindberg (Il sogno) apre le porte al teatro moderno: «Tempo e spazio non esistono; su una base minima di realtà, l'immaginazione disegna motivi nuovi ...». Parole che Bergman fa sue e che suonano come la più bella profezia del cinema.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi