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Questo articolo è stato pubblicato il 14 novembre 2013 alle ore 07:26.

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L'Osservatorio Asia compie dieci anni e il convegno di oggi a Milano è il luogo giusto per riflettere sul modo in cui il nostro Paese si è rapportato allo sviluppo asiatico. La decade alle spalle ha visto le manifatture di 5 Paesi della regione (Cina, India, Corea, Taiwan, Indonesia) collocarsi nel ranking dei primi 10 Paesi per dinamica industriale. L'Asia è la principale area esportatrice e il massimo polo di attrazione di importazioni superando per dimensioni l'Unione Europea. Si sono incrementati gli scambi intra-area e i nessi degli asiatici con le catene globali del valore. La Cina ha svolto il ruolo di traino, subentrando al declinante Giappone. Dall'adesione alla Wto nel 2001, il gigante asiatico è divenuto un mega-trader, con caratteristiche di propensione agli scambi che solo l'impero britannico al culmine della prima globalizzazione aveva.
Per l'Italia, come per gli altri Paesi avanzati, questo sviluppo ha comportato contraccolpi e opportunità. Abbiamo saputo coglierle? Per rispondere a questa domanda si devono considerare i nuovi protagonisti dell'Estremo Oriente come competitori agguerriti negli stessi settori di vantaggio comparato dell'Italia e come consumatori, offrendo ampi e crescenti mercati di sbocco per i traffici internazionali.
Come competitori, i Paesi asiatici costituivano un'opportunità di cambiamento strutturale per l'Italia, con lo spiazzamento che operavano sulle produzioni meno tecnologiche e più intensive di lavoro. Questa si direbbe un'occasione mancata. Non si è verificata quella spallata alla nostra specializzazione produttiva da alcuni paventata, da altri auspicata: nel 2013, i nostri settori di vantaggio e svantaggio comparato sono quelli di 10 anni fa. Sarebbe errato trarre da ciò un giudizio di inefficacia delle spinte concorrenziali provenienti dall'estero. Si sono avuti notevoli cambiamenti tra le imprese all'interno dei settori e, dentro le imprese, tra le linee di prodotto. Tali modifiche sono andate nella direzione del miglioramento del mix qualitativo delle produzioni, in una fase in cui anche le economie asiatiche intraprendevano percorsi di upgrading. Lo sforzo di diversificazione qualitativa, come risposta alla competizione degli emergenti, non è una novità per la nostra industria: lo si osservava già nel 2001 e ancor prima. Da rimarcare la distanza invariata in termini di qualità fra produttori italiani (e tedeschi) rispetto ai cinesi.
Un'occasione di certo mancata per l'Italia è l'Asia come mercato di sbocco. Quei Paesi continuano ad avere oggi, come dieci anni fa, un ruolo marginale nelle nostre vendite. Questa "trascuratezza" è un fenomeno specifico al nostro Paese, verificandosi in controtendenza con il comportamento dei produttori delle altre economie euro. Gli esportatori italiani hanno sperimentato una de-specializzazione geografica in Asia orientale, al contrario di quelli tedeschi che hanno invece rafforzato il loro orientamento verso tale area. Spacchettando l'export manifatturiero è possibile verificare che il regresso delle vendite italiane, in rapporto ai partner europei, ha sotteso una crescita consistente dei nostri prodotti di moda-arredo più che compensata dal forte regresso della meccanica strumentale.

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