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Questo articolo è stato pubblicato il 02 dicembre 2013 alle ore 20:50.
L'ultima modifica è del 02 dicembre 2013 alle ore 22:28.

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Non c'è alcuna violazione della Costituzione nelle norme sulla rivalutazione delle quote del capitale della Banca d'Italia per le quali il Governo ha utilizzato lo strumento del decreto-legge. Lo segnala una nota del ministero dell'Economia, che ritiene le critiche sollevate «assolutamente immotivate». Il ministero segnala che la revisione dell'assetto organizzativo della Banca d'Italia era necessario in via d'urgenza anche per adeguarlo al nuovo Sistema unico europeo di vigilanza finanziaria, «in cui le funzioni di vigilanza verranno esercitate dalla Bce in cooperazione con le Autorità nazionali con l'obiettivo di assicurarne l'omogenea applicazione della supervisione bancaria nei Paesi dell'area dell'euro e negli altri Stati membri aderenti».

Entrando nel merito, il Mef chiarisce che «la questione della rivalutazione del capitale della Banca d'Italia è stata previamente approfondita a livello tecnico da una Commissione di esperti nominata dall'Istituto di via Nazionale; sul testo normativo proposto è stato quindi richiesto il previsto parere della Banca Centrale Europea, in corso di acquisizione».

Secondo il Mef «è fuori luogo parlare di ‘privatizzazione' della Banca d'Italia: infatti nulla cambia nella tipologia dei soggetti azionisti, che sono e restano le banche e altri soggetti finanziari determinati. Il decreto-legge, piuttosto, mira, per un verso, ad aggiornare il valore delle quote dei partecipanti al capitale, rimasto immutato da lungo tempo; per altro verso, mira a far sì che ciascun partecipante non possa detenere più del cinque per cento del capitale, prevedendo all'uopo un meccanismo di cessione delle quote di valore eccedente, al fine di realizzare una più equilibrata distribuzione delle quote».

Il Mef precisa che le nuove norme sono in linea «con l'indipendenza richiesta dai Trattati europei alla Banca d'Italia, che non impongono specifiche soluzioni organizzative, ma riconoscono libertà agli ordinamenti nazionali, purché sia garantita l'autonomia e l'indipendenza della banca centrale. L'assetto della Banca d'Italia, fondato sulla partecipazione di soggetti privati, ha garantito nel tempo questi elementi, è stato considerato conforme ai principi europei al momento dell'ingresso dell'Italia nella moneta unica e va preservato». In conformità ai Trattati europei ea ai principi di libertà in essi contenuti poi, «non si può escludere che i soggetti autorizzati a partecipare al capitale della Banca d'Italia possano avere anche sede legale e amministrazione centrale in uno Stato dell'Unione diverso dall'Italia», conclude il Mef.

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