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Questo articolo è stato pubblicato il 08 dicembre 2013 alle ore 16:38.
L'ultima modifica è del 09 dicembre 2013 alle ore 10:50.

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La vittoria di Matteo Renzi era in un certo modo annunciata, tuttavia ha assunto con il passare delle ore quasi i contorni di un plebiscito vinto: affluenza notevole e soprattuto percentuali schiaccianti. Un punto di svolta non solo e non tanto per il Pd, quanto per una politica nazionale bisognosa di volti nuove e idee almeno in parte originali. L'avvento del giovane fiorentino rappresenta quindi di per sé una boccata d'aria fresca, in quanto la politica - nel suo rapporto con l'opinione pubblica - è quasi sempre soprattutto uno stato d'animo, o se si vuole è la capacità di creare un'aspettativa. Renzi ne ha create parecchie di queste aspettative e non gli sarà facile esaudirle. Ma oggi non è questo il tema. Il punto è che il leader plebiscitario uscito dalle primarie incarna un desiderio autentico di voltare pagina e uno sforzo non banale in tale direzione.

Si può ben dire allora che stiamo vivendo il passo d'esordio della Terza Repubblica, dopo l'estinzione della Prima (ormai una ventina d'anni fa) e il malinconico fallimento della Seconda. Renzi riassume in sé le caratteristiche del politico della Terza Repubblica: giovane, post-ideologico e quindi pragmatico, immaginifico e un po' spregiudicato. Non ha quasi nulla del personaggio della Prima Repubblica, ma ha ereditato qualcosa della stagione berlusconiana, ossia di quella lunga fase di transizione che per comodità va sotto il nome di Seconda Repubblica. Da domani ci inoltreremo dunque in questo territorio vergine e potremmo persino avere qualche sorpresa positiva. Ad esempio, scoprire che al dunque ricostruire le istituzioni e dare al paese una decente legge elettorale è magari meno difficile del previsto.

Dipende da una serie di fattori non tutti subito decifrabili, ma che si possono condensare in una frase. Renzi dovrà decidere fin dalle prossime ore cosa vuole essere o diventare. Se riterrà di interpretare solo l'uomo del bipolarismo come l'abbiamo conosciuto in questi anni, allora sarà indotto a cercare un dialogo e un rapporto con Berlusconi, ossia con l'altra figura che ha incarnato le virtù (poche) e i difetti (molti) del ventennio appena trascorso. Probabilmente l'opzione non gli porterebbe fortuna, ammesso che il suo partito gli conceda di percorrere quel sentiero. Se invece comprenderà che non ci può essere una singola versione del bipolarismo e che quella sperimentata fin qui non è certo la migliore, allora si può immaginare che la costruzione della Terza Repubblica potrà assumere un ritmo meno incerto di quanto alcuni prevedono.

In altre parole, il nuovo Pd di Renzi non potrà essere esclusivamente una macchina elettorale, secondo i meccanismi rigidi dell'appena trascorsa Seconda Repubblica. Dovrà invece essere lo strumento duttile e ben radicato nel territorio, sotto il profilo politico e culturale, in grado di riavvicinare il cittadino alle istituzioni. E per farlo il neo segretario del Pd dovrà trovarsi gli interlocutori giusti, muovendosi senza eccessive impazienze: anche per un mero fatto generazionale, lui che si è affermato sulla scena come il "rottamatore" degli anziani. Ragione per cui non potrà essere Berlusconi il suo interlocutore privilegiato, bensì i personaggi nuovi che si sono a loro volta affacciati sulla scena. Letta e Alfano primi fra tutti. Finora Renzi non ha mostrato uno straordinario interesse a dialogare con nessuno di due: il primo lo tollera in quanto premier, il secondo lo maltratta. Invece dovrà considerarli un po' di più, senza naturalmente sottovalutare le grandi forze che oggi si collocano all'opposizione e che rappresentano un pezzo d'Italia.

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