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Questo articolo è stato pubblicato il 18 dicembre 2013 alle ore 06:46.

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Sembra confermata dalle stesse fonti ufficiali la rivelazione fatta dalla Bild alcuni giorni orsono circa la presenza di missili SS-26-Iskander nel territorio di Kaliningrad, enclave russa nel territorio dell'Unione europea. Si tratta di missili a corto raggio (500 km), e però, per la loro collocazione, in grado di colpire importanti città in Germania, Polonia e negli Stati Baltici. Il Cremlino getta acqua sul fuoco, apparentemente, sostenendo che il loro dispiegamento non violerebbe i trattati esistenti, in tal modo invece avvalorando le rivelazioni del giornale tedesco, con il chiaro intento di accentuare la pressione sull'Europa.
Non è infatti casuale che queste notizie vengano diffuse proprio mentre la crisi ucraina, un Paese spaccato circa la prospettiva di approfondire le proprie relazioni economiche e politiche con l'Unione, sta avvelenando i rapporti tra la Ue e la Russia. Per quanto le questioni relative alla sicurezza in Europa e al controllo e riduzione degli armamenti riguardino l'agenda russo-americana, è evidente che il Cremlino non ha mai rinunciato all'ambizione di far capire agli europei che è con loro che la Russia condivide qualche migliaio di chilometri di confine, da Capo Nord al Mar Nero. Fu così anche ai tempi dello spostamento dei ben più temibili SS-20 dalla Siberia alla Russia europea, in piena Guerra Fredda. Allora Mosca voleva infilare un cuneo tra America ed Europa, sottoponendo quest'ultima a una minaccia nucleare per debellare la quale il presidente degli Stati Uniti avrebbe dovuto impiegare i missili strategici intercontinentali e, così facendo, dare luogo a un'escalation, esponendo peraltro al rischio di rappresaglia il territorio americano. Si trattava, in buona sostanza, di minare l'automatismo della risposta della Casa Bianca e la credibilità stessa della deterrenza sulla quale si fondava l'equilibrio del terrore.
Oggi la sensazione è che Mosca intenda ricordare all'Europa il suo status di "nano militare", ammonendola a non esagerare con quelle che Vladimir Putin considera «interferenze inaccettabili» nella vita politica dell'Ucraina. L'esibizione di muscoli è una tentazione alla quale tanto la vecchia Urss quanto la nuova Russia hanno sempre mostrato di non saper resistere. Nel caso della crisi ucraina, d'altronde, l'Unione sembra essere ricaduta anch'essa in una tentazione ricorrente nei confronti del grande Paese in bilico tra Est e Ovest. Ovvero quella di tentare di portare nella sua sfera di influenza una Nazione che, al suo interno, è sinceramente divisa tra due anime, ognuna delle quali tira in direzione opposta. Si tratta di un inedito nella lunga vicenda dei progressivi allargamenti dell'Unione. Con l'eccezione dell'Ucraina, infatti, la Ue non ha mai cercato di associare Paesi all'interno dei quali l'opinione di accettare l'offerta europea non si presentasse come largamente maggioritaria. Si trattava di un principio di prudenza e di realismo politico, che pare invece essere stato disatteso proprio nel caso di un candidato come la Repubblica Ucraina, oltretutto oggetto di pesanti condizionamenti da parte del potente e ingombrante vicino russo, con conseguenze ancora tutte da valutare sul piano della sicurezza internazionale.
Per il momento l'escalation delle relazioni tra Russia ed Europa si è limitata alle prese di posizione più o meno aspre. Ma questa vicenda delle rampe missilistiche a Kaliningrad non aiuta certo a rasserenare il clima. Per canto suo Mosca è sempre più nervosa da quando le proiezioni sulla produzione di shale gas (e shale oil) da parte (soprattutto) americana fanno temere la possibile riduzione del prezzo del gas naturale (di cui la Russia è uno dei maggiori esportatori) e, soprattutto, potrebbero segnare l'obsolescenza strategica di quella rete di pipeline sulle quali Putin in persona ha giocato la sua partita per la riscossa della Russia, facendola uscire da quella sindrome di emarginazione nella quale era precipitata dopo il crollo dell'Urss, la liquidazione del suo impero esterno e la perdita di vaste porzioni di quello interno, a cominciare proprio dall'Ucraina. Tutto questo avviene in un momento in cui gli approvvigionamenti energetici di gran parte di Paesi dell'Unione dipendono ancora in gran parte dalla Russia e nel bel mezzo della stagione invernale: un elemento che sicuramente gli strateghi del Cremlino avranno ben valutato.
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