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Questo articolo è stato pubblicato il 24 dicembre 2013 alle ore 06:37.

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Negli ultimi trent'anni l'industria italiana ha conosciuto una sorta di metamorfosi. Tanti sono stati i mutamenti di ordine strutturale susseguitisi al suo interno nel mezzo di reiterate congiunture avverse e di convulse stagioni politiche e sociali. Eppure, nonostante un percorso assai accidentato, è riuscita in complesso a reggere la barra, mantenendo il secondo posto in Europa sia per il suo potenziale che per l'attivo nell'export manifatturiero.

di Valerio Castronovo

Per comprendere appieno quanti e quali problemi abbia dovuto man mano affrontare per essere competitiva, o per tornare ad esserla, vale la pena innanzitutto di ricordare le condizioni in cui le principali imprese sia della mano privata che di quella pubblica approdarono negli anni Ottanta. Le prime erano uscite malconce da una decennale fase di stagflazione e di accesa conflittualità sindacale (quando il salario era considerato una "variabile indipendente" dalle compatibilità economiche), nonché di estenuanti scontri di potere (il più eclatante e rovinoso dei quali fu quello avvenuto in Montedison). Le seconde erano sfibrate da un fardello di "oneri impropri" e alle prese con ripetute lottizzazioni partitiche dei loro vertici.
La Fiat, l'ammiraglia del capitalismo italiano, come gli altri maggiori Gruppi del firmamento industriale, per rimettere in sesto i propri conti e recuperare produttività, posero mano da un lato a un dimagrimento dei loro effettivi, altrimenti ormai esorbitanti nell'epoca del post-fordismo, e dall'altro all'esternalizzazione di parte delle loro lavorazioni a un crescente esercito di minuscole imprese che stavano spuntando dai meandri dell'economia sommersa. D'altra parte, l'accordo del luglio 1993 siglato fra la Confindustria e i sindacati, col patrocinio del governo Ciampi, per la fissazione di un tetto programmato d'inflazione, arrestò infine la rincorsa fra salari e prezzi.
Due anni dopo giunse all'epilogo il sistema delle Partecipazioni statali, in base alle direttive europee; ma le privatizzazioni vennero attuate, in parecchi casi, senza badare più di tanto ad un'allocazione appropriata o meno delle aziende poste sul mercato, per via dell'imperativo categorico di far più cassa possibile per allinearsi in tempo ai parametri di Maastricht e fare così ingresso nell'agognata Unione economica e monetaria europea.
Inoltre, dopo le privatizzazioni delle tre Bin, non vide la luce in Italia un mercato finanziario analogo a quello di altri paesi europei, che assecondasse gli investimenti di tipo produttivo e il rafforzamento patrimoniale delle imprese; mentre sopravvisse il "capitalismo relazionale", quello che in altri tempi, sotto l'egida di Mediobanca, aveva salvaguardato gli assetti proprietari dei principali Gruppi ponendoli anche al riparo dall'invadenza della classe politica, ma poi rimasto sempre più avvitato sui patti di sindacato e le "scatole cinesi".

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