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Questo articolo è stato pubblicato il 28 dicembre 2013 alle ore 08:43.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 11:15.

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Si sta concludendo un altro anno di recessione, il quinto consecutivo dall'inizio della crisi: senza che per il momento si siano delineati all'orizzonte sintomi tangibili di una ripresa tale da consentire il recupero di parte delle tante perdite subite nel frattempo sui fronti del reddito, della produzione e dell'occupazione.

In pratica, la nostra economia è sopravvissuta continuando a indebolirsi mentre la società italiana non si è scollata ma si è man mano impoverita. A comprovarlo ulteriormente sono i dati crudi e impietosi elencati nel recente rapporto del Censis. C'è perciò da chiedersi fino a quando il nostro Paese riuscirà a reggere. Da un lato, ha seguitato a crescere il numero delle imprese costrette a chiudere i battenti e quello dei disoccupati (con punte particolarmente elevate fra i giovani) e dei cassintegrati; dall'altro, si sono moltiplicate le aree di precarietà e di profondo malessere sociale.

Si è così innescata una «spirale perversa», con il rischio che si diffondano certe forme primitive e contraddittorie di protesta e frustrazione come quelle esplose nelle ultime settimane per opera di una massa eterogenea di autonomi fra la pancia delle «partite Iva». È la prima volta che succede un fenomeno del genere, di cui sono protagoniste alcune frange più minute e vulnerabili del ceto medio. E, anche in quanto c'è chi è pronto a cavalcarlo per calcoli strumentali, questo moto ribollente di indiscriminata antipolitica potrebbe ingrossarsi e divenire denso di risvolti inquietanti. In questo contesto, e con l'esigenza di rassicurare sia Bruxelles sia i mercati sulla tenuta dei nostri conti pubblici, occorre innanzitutto che vengano salvaguardate, a scanso di una crisi ministeriale e del voto anticipato, le condizioni di stabilità politica presidiate dall'ultima versione del governo Letta, per quanto fragile sia la sua composizione interna ed esposte a nuove fibrillazioni le sue prospettive di fronte alla controversa quanto imprescindibile questione della riforma elettorale.

Va detto tuttavia che le misure previste nella manovra finanziaria, dopo un tormentato iter parlamentare, non risultano tali da imprimere un sostanziale impulso al rilancio del sistema produttivo. Inoltre, c'è da vedere se quei pochi provvedimenti di segno positivo adottati su questo o quel versante giungeranno rapidamente in porto e non s'impantaneranno invece, al momento dei decreti attuativi, fra le vischiosità della burocrazia.

A maggior ragione c'è da domandarsi se verrà posta mano effettivamente a un'incisiva revisione della spesa pubblica corrente, dato che, dalle risorse così recuperabili, assieme a quelle derivanti dalla lotta all'evasione fiscale, dipenderà la pur esigua somma di poco più di un miliardo e mezzo di euro destinata dal governo al taglio del cuneo fiscale. In mancanza di un apporto adeguato alla causa della competitività, toccherà pertanto alle imprese, e soprattutto a quelle del nostro «capitalismo molecolare», continuare a puntare i piedi, a dar prova di resistenza e adattamento. Per quanto esse abbiano a che fare con dimensioni aziendali e un assetto patrimoniale di cui sono ben noti i limiti e i problemi operativi e finanziari, esse costituiscono in un modo o nell'altro lo «zoccolo duro» della nostra imprenditorialità, innervata nelle reti dei distretti e sorretta da un amalgama di energie e connessioni famigliari. E, insieme alle medie imprese, concorrono all'attivo del nostro export manifatturiero.

Senonché, mentre non è dato prevedere come e quando si risolleverà la domanda interna, il tasso d'incremento delle nostre esportazioni è andato ultimamente rallentando. È dunque indispensabile cercare di invertire questa rotta strisciante, dato che l'internazionalizzazione del Made in Italy rappresenta da tempo l'unica leva di crescita del Pil. A tal fine dovrebbe agire da incentivo il piano messo a punto dalla nuova cabina di regia dell'Ice che ha per obiettivo di trainare all'estero, mediante strumenti promozionali e di sostegno più diretti ed efficaci rispetto al passato, ventimila nuove piccole-medie imprese. Naturalmente, è essenziale che prosegua nel contempo la spinta all'innovazione delineatasi in alcuni settori industriali hi-tech e medium hi-tech, come auspicato anche dal Censis.
A ogni modo è essenziale, dopo le attese ma anche le domande suscitate dall'annuncio di Matteo Renzi di voler impegnare il Partito democratico per una revisione sia delle normative sui rapporti di lavoro sia del sistema degli ammortizzatori sociali, che i relativi nodi vengano sciolti adeguatamente e al più presto. Sarebbe una iattura qualora perdurasse su questi versanti una logorante incertezza o, ancor peggio, si finisse per cadere dalla padella alla brace.

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