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Il coraggio di investire sull'economia reale

l'italia da rispettare e la politica

Il coraggio di investire sull'economia reale

L'orgoglio italiano ha la forza della sua industria che ha saputo innovare e conquistare nuovi primati globali, gli occhi e il talento dei suoi giovani che guidano grandi progetti di ricerca nel mondo. Avevamo chiesto, prima di Natale, di avere rispetto per questa Italia che esprime il cuore profondo del Paese, un unicum che vale circa 400 miliardi di esportazioni manifatturiere e 110 miliardi di surplus, ma soprattutto rivela la straordinaria capacità di innovare della parte più sana dell'economia reale italiana (beni e servizi) che non va confusa con i profittatori privati dello Stato padrone.

Avevamo parlato di pelle vecchia scartata e sostituita da una nuova e di un nucleo duro di eccellenze mondiali che non deve essere lasciato solo. Abbiamo sempre ritenuto che allo stato di famiglia della manifattura e del capitalismo produttivo italiani appartenga la Fiat, bandiera dell'industria dell'auto, simbolo di una dinastia ma soprattutto coagulo di quel patrimonio di ricerca e di innovazione che si è inizialmente formato con l'auto e i suoi modelli ma si è esteso positivamente (negli anni sempre di più) alla componentistica, a un certo modo di concepire e disegnare le macchine industriali in genere, a una linea di stile e tecnologia che continua a vincere nel mondo con la meccanica di precisione e molto altro.

Per questo, siamo contenti che la Fiat abbia definitivamente vinto la sfida dell'internazionalizzazione rilevando interamente la Chrysler e acquisendo le dimensioni e il profilo di un costruttore di auto mondiale. Per questo, siamo altrettanto contenti che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo messaggio, abbia voluto sottolineare che «alla crisi di questi anni ha reagito col coraggio dell'innovazione una parte importante dell'industria italiana» e che «in questo nucleo forte, vincente dell'industria e dei servizi troviamo esempi e impulsi per un più generale rinnovamento e sviluppo della nostra economia, e per un deciso ritorno di fiducia nelle potenzialità del Paese». Su questo capitale produttivo, l'unico vero capitale che è riuscito a sopravvivere, stretto tra i due fuochi di una crisi globale finanziaria devastante e di una crisi italiana specifica ancora più pesante, fatta di burocrazia ossessiva, total tax rate abnorme e costo più caro del denaro (quando lo si trova), il Paese e chi lo governa devono avere la lucidità, il coraggio e la forza di investire senza se e senza ma. Questa è la priorità strategica del Paese e a questa priorità vanno destinate le risorse derivanti da una buona spending review sotto forma di riduzione del cuneo fiscale e di incentivi automatici alla ricerca. Bisogna essere capaci di fare cose difficili e di non disperderne gli effetti nei mille rivoli del grande fiume dell'assistenzialismo italiano. Bisogna essere capaci, alla voce fatti, di allentare la morsa del ricatto burocratico e di un mercato del lavoro ingessato (ingiusto) soprattutto per le grandi e medie imprese italiane. Bisogna essere capaci e avere i voti in Parlamento per cambiare (bene) la legge elettorale.

Se si porranno le premesse (di questo si tratta) perché ciò avvenga, se si percepiranno la volontà e la effettiva determinazione nel cominciare a intervenire sui fronti storici di fisco, lavoro, burocrazia, funzionamento della democrazia rappresentativa, il sistema Italia recupererà l'orgoglio delle sue forze migliori e ne discenderà una fiducia contagiosa che è la base della rinascita. A quel punto, non sarà più necessario chiedere alla Fiat di riportare in Europa e in Italia quell'innovazione che c'era e che ha fatto la sua fortuna in America e di scommettere, con i prodotti giusti, sui mercati interni italiano e europeo. Siamo certi che lo farà. Soprattutto, e questo non riguarda solo la Fiat, la smetteremo di scoprire che continuiamo a sciupare in giro per il mondo i nostri cervelli migliori e il loro talento scientifico e industriale. «Sta in noi» ci viene da dire, riprendendo oggi quello che disse Carlo Azeglio Ciampi, nelle sue considerazioni finali di Governatore della Banca d'Italia, in anni altrettanto difficili per il Paese. La stabilità di governo che i mercati continuano a premiare riducendo i tassi di interesse per i nostri titoli di Stato (è bene ricordarselo in un Paese come il nostro con il debito pubblico che tutti conoscono) ha l'assoluta esigenza di dimostrare che possiede le risorse politiche per iniziare a prendere decisioni che servono e non inseguire compromessi di sorta. La posta in gioco è troppo alta per consentire traccheggiamenti o mediazioni infinite.
P.S. Ho davanti agli occhi la faccia di Umberto Agnelli quando mi rilascia la sua ultima intervista e dice una frase che cito a mente: «È importante che ogni Paese abbia un "cuore industriale" complesso, una grande industria organizzata capace di interagire con diversi settori». Esprimeva la stessa convinzione con cui tempo prima aveva risposto al telefono alla mia domanda, molto diretta: «Chi è questo Marchionne?» Risposta secca: «È l'uomo che salverà la Fiat».