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Questo articolo è stato pubblicato il 25 gennaio 2014 alle ore 07:50.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 11:48.

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Dalla Germania all'Italia il modello della "grande coalizione" è sembrato prendere piede come una risorsa insostituibile per provare (almeno) a operare quelle riforme che sembrano essere tanto gradite ai "mercati" quanto invise a fasce crescenti di elettorato. Anche laddove però l'esperimento sembra funzionare, la sensazione è che la democrazia rappresentativa finisca per patire un vulnus, se non una vera e propria sospensione. Seppur vero, infatti, che nulla di per sé vieti che in Parlamento sia possibile individuare quella formula di governo che le urne da sole non sono state in grado di esprimere, resta il fatto che la reiterazione di governi formati da partiti che si presentino in competizione durante la campagna elettorale finisca con l'accentuare la sensazione che l'esercizio del diritto di voto sia poco più che un rito formale.

Il problema che nessun partito o raggruppamento elettorale sia in grado di raccogliere il consenso sufficiente per realizzare politiche che, magari, nel medio o lungo periodo possono provocare una inversione virtuosa di trend viziosi, ma nell'immediato producono sovente la perdita di potere d'acquisto per la gran parte dei cittadini, può senza dubbio essere corretto con qualche legge elettorale ad hoc. Ma come proprio le recenti vicende italiane stanno lì a dimostrare, neppure maggioranze più o meno genuinamente cospicue sembrano poi reggere la prova dei fatti. E del resto è altrettanto difficile dimenticare che più o meno draconiane riforme del rapporto tra pubblico e privato, di indirizzamento della spesa pubblica e di ristrutturazione del mercato del lavoro e dello Stato sociale siano state realizzate in Gran Bretagna come in Germania da maggioranze per nulla bipartisan.

Evidentemente le cose sono diverse oggi. Si dirà che è lo Zeitgeist ad essere mutato. Ma in effetti ciò cui stiamo assistendo è il mutare delle costituencies di riferimento dei partiti nazionali, che sembrano essere passate dai tradizionali bacini elettorali a gruppi di pressione molto ben organizzati e estremamente influenti nel mondo delle istituzioni finanziarie, economiche, politiche soprattutto a livello internazionale, in grado di trovare rappresentanza presso i decisori politici molto più di quanto possano riuscire a fare porzioni anche consistenti di cittadini. Così, all'avvicinarsi delle elezioni europee, si fa sempre più grande il pericolo che quote crescenti di elettorato si rifugino nell'astensione o nel voto per partiti cosiddetti populisti o antisistema. Paradossalmente, è proprio la rozzezza dei partiti di questo tipo e la loro incomunicabilità reciproca rispetto all'establishment che rassicura gli elettori delusi sul fatto che i loro eletti non si presteranno a "inciuci", maneggi e pressioni.

La dimensione di questo fenomeno che è sbrigativo e troppo comodo definire "voto di protesta" cresce con il crescere del disagio economico e sociale di quelle che una volta si sarebbero definite "classi subalterne", che oggi stanno risucchiando al loro interno anche la gran parte del ceto medio impoverito. L'incapacità dei partiti non antisistema di ottenere consenso non può del resto stupire, se le politiche che alla fine essi cercano di realizzare sembrano privilegiare soluzioni che risultano impoverenti, quando non punitive, per così tanti; ovvero se non si pongono il problema di evitare che si diffonda la percezione che il mercato non riesca più a rappresentare un efficace creatore di opportunità.

Se una tale questione cruciale non viene affrontata con coraggio e senza furbizie dalla classe dirigente innanzitutto dei Paesi occidentali, non potremo che assistere alla continua crescita di sentimenti antimercatistici e di sfiducia nei confronti della democrazia rappresentativa. Immaginare di poter ridurre il successo dei movimenti populisti e della diffusione di idee bislacche riguardo al modo di ricominciare a creare ricchezza e benessere per i più, senza provare a cambiare radicalmente politiche, rappresenta il classico sogno di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Non si tratta di nostalgia per formule magari apprezzabili ma oramai superate di welfarismo, ma di provare almeno a pensare a qualcosa di nuovo eppure socialmente equivalente al grande esperimento inclusivo novecentesco, pena la crisi forse irreversibile delle istituzioni economiche e politiche della democrazia liberale.

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