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Questo articolo è stato pubblicato il 14 febbraio 2014 alle ore 14:12.
L'ultima modifica è del 14 febbraio 2014 alle ore 15:01.

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Non solo quartieri a luci rosse e Coffe Shop, Amsterdam è anche un esempio di sharing economy. Dopo avere parzialmente chiuso le porte ad Airbnb, la community che mette in contatto chi cerca un alloggio economico al posto di una sistemazione in albergo, l’amministrazione cittadina ritorna sui propri passi e permette agli abitanti di classificare le proprie case come “alloggi privati” e di metterle a disposizione di chi ne facesse richiesta, sottoponendo gli introiti a regolare pressione fiscale.

L’amministrazione di Amsterdam ha dato la caccia, per mesi, ai privati cittadini che affittavano stanze o interi appartamenti ai turisti, scovandone decine e ottenendo il solo effetto di danneggiare il settore; la sola capitale olandese ospita ogni anno oltre sette milioni di vacanzieri. Oggi invece il Comune di Amsterdam ha approvato un nuovo regolamento per concedere ai suoi residenti di affittare le loro stanze su Airbnb, regolarizzando così in modo definitivo gli «affitti a breve termine fino a un massimo di due mesi all'anno» che vengono fatti «in modo sicuro e onestamente senza causare fastidio». In sostanza d'ora in poi gli interessati dovranno classificare le proprie abitazioni come "alloggi privati": possono essere affittati ad un massimo di quattro persone, facendo pagare la tassa di soggiorno. L'assessore Freek van Ossel ha detto in un comunicato: «Vogliamo che anche gli intermediari si assumano le loro responsabilità, spiegando chiaramente le nostre condizioni ai loro ospiti».

Airbnb, tra gioie e dolori
Il portale ha suscitato le ire di chi di turismo ci vive, dalle pensioni più economiche agli hotel a 5 stelle, perché su Airbnb si può trovate ogni tipo di sistemazione: dalla camera alla villa, dall’appartamento al castello. Il servizio include 200 mete turistiche e viene utilizzato da oltre 10milioni di persone all’anno.

Sharing economy
Alle locazioni per brevi periodi si aggiungono servizi quali Uber, Lyft, Rent My Items e molti altri ancora, tutte ottime alternative ai canali tradizionali e tutte unite dalle resistenze ottenute dai leader dei mercati in cui si collocano e dalle amministrazioni cittadine. La strada della sharing economy appare comunque ampiamente tracciata, coadiuvata anche da imprese come Google che, ad esempio, nel progetto Uber ha iniettato 250milioni di dollari.

Da New York a Parigi (passando per Milano)
Al contrario di Amsterdam, la Grande Mela ha dichiarato guerra a Airbnb e servizi affini, definendoli illegali. Il procuratore generale di New York ha  intimato alla startup di consegnare i dati degli oltre 15mila concittadini iscritti al servizio; lo stesso dicasi di Uber, fonte di fastidio per i tassisti, che ha trovato diverse forme di ostruzionismo in molte città. A New York e in altri centri americani è stato messo al bando, a Milano la protesta dei tassisti è sfociata in disordini come a Parigi, laddove tre giorni fa è iniziato uno sciopero dei taxi.  

Sharing economy in Italia
Sono diverse le realtà attive; oltre a Airbnb che in Italia offre 50mila sistemazioni, crescono a dismisura Blablacar e Gnammo. La prima mette in contatto persone che devono fare lo stesso viaggio in automobile, mentre la seconda iniziativa, accolta con entusiasmo da 12mila persone, è dedicata a chi ama cucinare e a chi ama mangiare.

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