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Dossier Tre ori in tre Olimpiadi: nello sci nessuna è come Deborah Compagnoni

Dossier | N. 20 articoliOlimpiadi invernali PyeongChang 2018

Tre ori in tre Olimpiadi: nello sci nessuna è come Deborah Compagnoni

(Afp)
(Afp)

Se nasci in alta Valtellina e sei circondato dalle montagne più belle del mondo non hai molta scelta: o le sali, con corde e ramponi, o le scendi con gli sci ai piedi. Qualcuno fa entrambe le cose ma, per fortuna di tutto lo sci italiano, Deborah Compagnoni quelle montagne ha deciso di scenderle .

Nata a Bormio, la sua casa è sempre stata a Santa Caterina Valfurva. Un paesino dove per sei mesi all'anno la neve la fa da protagonista, con temperature rigide e impanti di risalita che ti partono davanti alla porta di casa. Appena sopra le testa vedi il Gran Zebrù, l'Ortles, il Tresero. Se prendi la strada arrivi allo Stelvio e al Passo del Gavia. Alta quota, sempre e comunque. È li che Deborah Compagnoni mette gli sci ai piedi e scopre di essere brava. molto brava, anche meglio di tanti maschi di Santa Caterina e dintorni.

A sedici anni, ai mondiali del 1986, è gia in nazionale juniores e porta a casa una medaglia di bronzo nella discesa libera. La strada verso la gloria sembra segnata ma, nel 1988, la sfortuna decide di sbarrarle il passo, di metterla fuori gioco. La rottura del ginocchio destro è improvvisa, brutale, una coltellata che le sbarra la strada verso traguardi più prestigiosi. E come sempre, nella sfortuna, arriva anche di peggio: un blocco intestinale la riduce in fin di vita. La sopravvivenza, quella è la gara più importante da vincere, altro che le discese con gli sci.

Deborah Compagnoni esce dall'ospedale e ricomincia tutto da capo, con la tenacia e la testadaggine tipica della gente dell'alta Valtellina, orgogliosa e tignosa nel combattere anno dopo anno contro inverni rigidi e temperature più adatte ad aquile e stambecchi che non all'uomo. Deborah Compagnoni è così, dietro al dolce sorriso nasconde un carattere d'acciaio e una volontà incrollabile.

Allenamenti, allenamenti e ancora allenamenti, infinite discese e risalite per tornare a essere la campionessa che tutti credevano potesse diventare. Fino al 1991, quando proprio sulle piste di casa sale per la prima volta sul podio dello slalom gigante di Coppa del mondo, appena dietro a una leggenda come Vreni Schneider. La prima vittoria arriva a Morzine, l'anno dopo, in supergigante.

Ma il 1992 è finalmente l'anno delle Olimpiadi, il sogno di una vita. Ai XVI Giochi di Albertville Deborah Compagnoni si butta dal cancelletto del supergigante e per le avversarie non c'è èpossibilità di replica. Arriva l'oro, che per tutti è solo il preludio a un facile bis nel gigante del giorno dopo. E invece... Invece arriva ancora una volta il fato, a spezzare il sogno. Una curva, due, Deborah scende leggera verso il secondo oro, sembra volare dipingendo traiettorie perfette. Poi un passaggio facile, uno scherzo per una campionessa come lei che improvvisamente scivola, si tiene il ginocchio, urla di dolore in diretta televisiva. Tutto il mondo la sente piangere, tutto il mondo la sente gridare e capisce che il sogno è spezzato, forse questa volta per sempre.

Di nuovo il ginocchio, questa volta i legamenti che saltano come spaghetti spezzati di netto. E di nuovo Deborah non si arrende, riparte da capo perchè lo sci, il suo regno, non può stare senza la regina. Ma a questo punto si deve concentrare il più possibile su slalom e gigante, per non sovraccaricare le ginocchia così duramente colpite. Altri due anni difficili e arrivano di nuovo le Olimpiadi, a Lillehammer: nella cerimonia di apertura sfila in testa al gruppo italiano, portando la bandiera tricolore. La porterà anche sul podio, sul gradino più alto, vincendo lo slalom gigante.

Ma l'appuntamento con i Giochi non si esaurisce qui: restano le Olimpiadi di Nagano, nel 1998. Deborah Compagnoni è di nuovo lì, con alle spalle tre titoli Mondiali conquistati nel 1996 a Sierra Nevada in gigante e nel 1997 al Sestriere, dove fa l'accoppiata gigante-speciale. Di nuovo, quando si apre il cancelletto del gigante, per le avversarie è notte: più forte di tutte, più elegante di tutte, più veloce di tutte. Terzo oro in tre Olimpiadi consecutive: nessuna donna, nella storia dello sci, ci era mai riuscita.

Gli infortuni hanno condizionato la sua carriera in modo pesante, consentendole di disputare in piena forma e in modo completo solo poche stagioni: 1993, 1994, 1997 e 1998. sono state sufficienti per vincere tre Olimpiadi, tre Mondiali, un Coppa del Mondo di gigante con 16 vittorie e 44 podi. Il distacco inflitto alla Meissnitzer (tre secondi e 41 centesimi) nel gigante di Park City del 1997 rimane nella storia della specialità: da misurare con la sveglia, non il cronometro. È la s ciatrice italiana più vincente di tutti i tempi.

Oggi vive nella pianura trevigiana, avendo sposato Alessandro Benetton, e fa la mamma di Thobias, Agnese e Luce. Quando torna in Valtellina lo fa con la semplicità e l'umiltà di sempre: arriva inosservata, saluta gli amici di sempre, qualche volta sale al Passo Gavia. Niente riflettori, niente luci della ribalta, niente gossip o primi piani cercati a tutti i costi. Perchè lei, la regina dello sci, quello che doveva far vedere al mondo l'ha gia fatto vedere. Adesso, per tutti in Alta Valtellina, è tornata a essere «la Deborah».

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