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Questo articolo è stato pubblicato il 28 febbraio 2014 alle ore 06:41.

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Chissà se Vladimir Putin, noto cultore di arti marziali, nutre una qualche ammirazione per Dart Fener, sublime schermidore di kendo nella saga di Guerre Stellari ma anche comandante delle forze imperiali contro i ribelli repubblicani. Certo è che lo sferragliar di cingoli dei carri armati russi nella repubblica autonoma della Crimea lascia intendere che al Cremlino guardino con una qualche eccessiva simpatia a un'evoluzione della crisi ucraina sullo stile «l'Impero colpisce ancora». È dall'inizio delle proteste di piazza a Kiev, del resto, che Mosca ha perseguito la strada della prova di forza e dell'escalation, contribuendo in maniera decisiva alla rottura della trattativa di associazione all'Unione Europea da parte del presidente Yanukovich, attraverso una promessa di finanziamento ufficiale di 15 miliardi di dollari, e Dio solo sa quanti milioni passati sottobanco su qualche conto cifrato svizzero.
Il precipitare della situazione e la fuga ingloriosa del loro campione ha provocato solo poche ore di irritato sgomento a Mosca: a cui hanno fatto seguito, nell'ordine, la qualificazione del cambio di regime a Kiev come un "golpe", l'avvio di manovre militari all'interno della regione orientale del Paese vicino, l'affermazione che il presidente fuggiasco è la sola autorità legittima dell'Ucraina, l'assalto al Parlamento della Repubblica autonoma di Crimea da parte di paramilitari pro-russi e, infine, la grave dichiarazione del ministro degli Esteri Lavrov, che la Russia non assisterà inerte alle «gravi violazioni dei diritti umani» nei confronti dei propri concittadini.
Questi ultimi altri non sono altro che i cittadini ucraini di origine e lingua russa che, come tutti i russofoni rimasti fuori dei confini della Federazione dopo il crollo dell'Urss, hanno potuto continuare a mantenere la doppia cittadinanza: una prassi che ha permesso nei fatti a Mosca di esercitare un continuo potere di ricatto nei confronti delle repubbliche nate alla fine del 1991. Nelle scorse concitate ore, dopo che era circolata con insistenza la voce di una richiesta di uno statuto di ulteriore autonomia, il Parlamento della Crimea avrebbe proclamato di non riconoscere la legittimità delle nuove autorità di Kiev. Si tratta di un passo gravissimo, che potrebbe rappresentare l'anticamera di una vera e propria secessione, di fronte alla quale il governo di Kiev si troverebbe in una situazione di scacco. Se non reagisse, avallerebbe il fatto compiuto; se viceversa dovesse decidere di riportare sotto la propria autorità la repubblica ribelle, darebbe inizio a una guerra civile e offrirebbe a Mosca il pretesto che cerca per intervenire militarmente a sostegno dei propri "fratelli russi".
Se lo scenario sembra eccessivamente fosco, basta ricordare come Mosca si è mossa nel 1992 in Transnistria (repubblica secessionista dalla Moldavia) e nel 2008 in Ossezia del Sud e in Abkazia (repubbliche secessioniste della Georgia). È ovvio che il Cremlino non punta primariamente a una secessione della Crimea (dove a Sebastopoli è ospitata la base navale della Flotta del Mar Nero) o della parte orientale dell'Ucraina. Lo scopo, o quantomeno la tentazione di Putin, è riportare l'intera Ucraina sotto l'influenza russa.
Ma Putin sa anche che è proprio la via dell'escalation quella sulla quale la Russia ben difficilmente incontrerà rivali capaci di contrastarla. Se gli uomini e le donne di piazza Maidan erano disposti a «morire per l'Europa», è del tutto evidente che nessun europeo ha la benché minima intenzione di morire per l'Ucraina. Ecco perché, nonostante tutto, i governi europei e l'Unione nel suo complesso stanno cercando di far di tutto per trovare una soluzione di compromesso che possa essere accettabile anche da Mosca. Sanno benissimo che, alternativamente, il rischio di una guerra civile in Ucraina, con la possibilità di un intervento "pacificatore" russo, sarebbe tutt'altro che remoto. E che cosa intenda per pace, Putin l'ha già dimostrato in Cecenia nel 1999: quando da primo ministro di Eltsin, rase al suolo la capitale Grozny, pur di ricondurre all'ordine la repubblica ribelle.
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