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Questo articolo è stato pubblicato il 01 marzo 2014 alle ore 10:15.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 13:52.

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«Allucinante» è la parola con la quale il capo del Governo Matteo Renzi ha commentato il dato sulla disoccupazione: 12,9% a gennaio dopo un 2013 che ha visto la perdita di mezzo milione di occupati. A sua volta questo dato ne porta in grembo un altro: la disoccupazione giovanile è al 42,4%.

In entrambi i casi, siamo ai dati peggiori dal 1977, quando Renzi aveva due anni, nell'Italia insanguinata dalle Br esordivano (con due lustri di ritardo rispetto agli altri Paesi europei) le trasmissioni a colori della Rai Tv e negli Usa usciva il primo episodio della saga cinematografica "Guerre Stellari".

In una biografia nazionale dove pure abbondano le belle pagine, certi dati e confronti provocano in effetti allucinazioni. L'Espresso era ieri in edicola con l'inchiesta sulla "Fuga dei laureati" e la perdita nazionale della classe dirigente del futuro. Chi può se ne va, dal Paese dove 2,2 milioni di "under 30" non trovano lavoro, non lo cercano e non partecipano ad alcun processo di formazione.

L'Italia bloccata che ha bruciato speranze allo stesso ritmo con cui ha aumentato il suo debito pubblico, s'affaccia in un mondo dove le guerre stellari, e non solo quelle virtuali del cinema, erano già in corso negli anni Settanta, mentre noi decretavamo le "domeniche a piedi" come contromossa per il rialzo choc del prezzo del petrolio.

Uno dei due fondatori di WhatsApp (il gigante della messaggistica mobile nato nel 2009 e acquisito ora da Facebook per 19 miliardi dollari), Jan Koum, classe 1976, è più giovane di Renzi. Ebreo ucraino costretto a 16 anni a trasferirsi con la famiglia a Mountain View, in California, qui i servizi sociali gli assegnano una casa e un primo sostegno. La madre, casalinga a Kiev, trova un impiego come babysitter e Koum "esordisce" sul mercato del lavoro facendo le pulizie in un negozio di alimentari. Autodidatta programmatore e solo dopo iscrittosi alla facoltà di Scienze informatiche, oggi, a 38 anni (il co-fondatore di WhatsApp Brian Acton ne ha 42) ha venduto la sua quota incassando 6,8 miliardi di dollari, in pratica il budget annuale di San Francisco.

E togliendosi anche la soddisfazione di firmare simbolicamente l'accordo con Facebook davanti alla palazzina un tempo sede di quei servizi sociali americani che l'accolsero e lo salvarono.

Ma anche l'Italia, si dirà, ha i suoi servizi pubblici. Prendiamo il caso dei Centri per l'impiego così come l'ha raccontato con una lettera una preside di liceo al senatore Pietro Ichino. La preside viene a conoscenza che gli enti pubblici possono avvalersi della collaborazione dei lavoratori in mobilità per impiegarli nei lavori "socialmente utili". Si rivolge allora al Centro d'impiego della sua città e «dopo l'iniziale sconcerto dell'impiegata – scrive – che mi scrutava per cercare di scorgere le antenne verdi, sono riuscita a carpire qualche vaga informazione sugli elenchi nominativi di questi ex lavoratori detenuti dall'Inps che forse... chissà quando, me li potrebbe rilasciare ma... privi di profilo professionale. Rifletto: migliaia di lavoratori stretti dalla crisi non sanno che fare, ricevono un sussidio e nessuno li interpella? Possibile? Che benefici trarrebbe una scuola dalla presenza di operai, tecnici etc che collaborano al funzionamento della stessa in più settori...».

Risposta di Ichino. «Questa è la situazione di molti Centri. Qualcuno a Roma e negli assessorati regionali dovrebbe chiedersi: se i Cpi non dispongono neppure della lista dei disoccupati che dovrebbero collocare (per non parlare dei rispettivi professionali) come è pensabile che svolgano la loro funzione essenziale di collocamento? E prima ancora, come è pensabile che le imprese si rivolgano a questi Centri per trovare i lavoratori di cui hanno bisogno?».

Non è pensabile e infatti non accade: il servizio è una foglia morta. Ma non negli Stati Uniti del famoso, e antisolidale, "liberismo selvaggio", ma qui in Italia. Che però è il Paese, vedi il caso, dove nel 2014 il direttore generale della Banca d'Italia Salvatore Rossi pone all'evidenza che «le ragioni del libero mercato attendono ancora pieno riconoscimento», con ciò indicando non un inciampo contingente ma un ritardo storico.

«Allucinante, subito il Jobs Act», ha detto Renzi. Ma questo è ancora un titolo con delle buone indicazioni, non un provvedimento articolato del Governo il cui successo in chiave pro-crescita dipenderà, e molto, da ciò che in parallelo verrà fatto sui terreni della spending review e della riduzione del cuneo fiscale.

Nell'attesa, mentre sta per entrare in pista il "Piano garanzia" per 900mila giovani sul cui programma di spesa la sorveglianza dovrà essere massima (perché lo spiega Davide Colombo a pag. 5) potrebbe essere utile per il nuovo ministro del Lavoro Giuliano Poletti esaminare come funzionano e cosa offrono in Svezia i servizi all'impiego per i giovani (modello citato alla Leopolda, a dicembre scorso, dallo stesso Renzi). Il piano "Labour market initiatives for young people" è facilmente rintracciabile sul sito del governo svedese. Brevissima introduzione del ministro, tre cartelle in tutto, strategia chiara tradotta da tempo in fatti.

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