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Questo articolo è stato pubblicato il 04 marzo 2014 alle ore 08:37.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 13:54.

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Rispondere a Vladimir Putin con le sue stesse armi, sarebbe per l'Europa un modo veloce, diretto e completamente sbagliato. Prendendo controllo della Crimea, Putin ha violato con arroganza le leggi internazionali. Ma il suo potere nel confronto militare è maggiore di quello che può esercitare sul piano diplomatico. È al tavolo negoziale che va esposta la sua debolezza, inclusa quella economica mostrata ieri dai mercati. È lì che l'Europa può imporre il rafforzamento della democrazia in Ucraina, svalutando di riflesso l'autocrazia di Mosca. Non con minacce di missili o di dure sanzioni, come piace ai più radicali a Washington, ma seminando il virus democratico ai confini della Russia.

Ogni volta che i cingoli solcano il terreno, cadiamo preda di un riflesso automatico che stigmatizza come debole o tardiva la ricerca europea di soluzioni diplomatiche. L'esperienza delle primavere arabe giustifica molti pregiudizi. Ma questa volta la cancelliera Merkel, promotrice di un approccio sia di condanna sia di mediazione attraverso un "gruppo di contatto" – che contrasta con la tentazione americana di isolare Mosca - ha ragione e bene ha fatto il governo italiano a capirlo e a sostenerlo.

A Obama, Merkel avrebbe detto che Putin si esprime come se vivesse in una diversa realtà in cui il rispetto si misura in munizioni da sparare. È proprio così ma è una realtà con cui fare i conti: un mondo diviso in aree di influenza in cui Mosca, includendo l'Ucraina, controllerebbe "Eurasia", da contrapporre sia alla Ue sia alle potenze asiatiche. Un tale blocco non democratico ai confini rappresenterebbe una minaccia per l'Europa. Ma a ben vedere proprio l'intervento militare di questi giorni manda in frantumi la strategia di Putin.

Non potrà esserci un'Eurasia stabile se Mosca la può imporre solo dividendo l'Ucraina con le armi. La partita politica è stata già persa da Putin con la cacciata di Yanukovich. Per l'Ue portare subito al negoziato il leader del Cremlino sancirebbe il fallimento del suo piano pericoloso. Mosca inoltre è vulnerabile alle sanzioni economiche, come i riflessi finanziari della crisi hanno mostrato ieri. E questo consente di privilegiare la minaccia di sanzioni economiche alla strategia dell'isolamento politico. Politicamente infatti è proprio nell'isolamento, invocato con vari gradi di bellicosità da Capitol Hill, che Putin costruisce la propria influenza diplomatica fino a determinare paradossalmente le sorti degli interventi americani in Siria o le trattative con l'Iran e con altre aree critiche in cui la presa diplomatica occidentale è debole.

Ora, pur dialogando, l'Europa deve puntare direttamente alla costruzione di istituzioni democratiche a Kiev. Decine di migliaia di ucraini sono scesi in piazza pronti a dare la loro vita per quelli che considerano valori europei: la capacità di autogovernarsi, di esprimere liberamente il proprio pensiero e di determinare da sé il futuro dei propri figli. Tutto ciò richiede istituzioni di governo occidentali che la rivoluzione arancione non era riuscita a costruire. In quel vuoto si era riaperta la porta a Yanukovich. Il completamento del percorso democratico a Kiev è la contropartita che l'Europa deve ora imporre a fronte degli aiuti finanziari e di un accordo sulle regioni di confine che consenta a Putin di rinfoderare i muscoli. Isolare posizioni estremiste a Kiev è di comune interesse, così come condividere l'importanza economica dell'Ucraina.

Difendere la democrazia in Ucraina è però il vero compito esistenziale. In particolare alla vigilia delle elezioni per il Parlamento europeo. Quale significato avrebbe altrimenti votare nell'Unione europea a maggio? E quale miglior modo per svuotare i sentimenti anti-europei nei nostri Paesi? La crisi ucraina infatti interroga l'Europa nel suo profondo. La minaccia di Kiev in mano russa risolleva le paure dell'Est europeo e Bruxelles deve evitare che si ripeta la frattura tra "vecchia e nuova Europa" evocata da Rumsfeld ai tempi dell'invasione in Iraq. Proprio dall'allargamento a Est, l'Europa pensava a se stessa come a un potere "trasformativo", diverso dall'hard power americano, in grado di attrarre pacificamente ai valori occidentali Paesi privi di esperienza democratica con la sola prospettiva di ingresso nell'Ue o di accesso ai suoi mercati. La logica era coerente con una visione positiva della globalizzazione.

Poi con la crisi europea e la vivacità delle autocrazie emergenti, è cresciuto il dubbio che l'Europa anziché artefice, fosse vittima del potere trasformativo degli interessi economici in Russia o in Cina. Ora in Ucraina, forza e instabilità, dei Paesi emergenti, finora ristretti alla finanza, assumono per la prima volta un'inedita dimensione militare. Risolvere la crisi, evitando lo scontro ma promuovendo le istituzioni democratiche può cambiare la storia dei prossimi decenni, quando gli analisti americani già danno per certe crisi strategiche attorno alla Cina, e restituire all'Europa il coraggio di sé.

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