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Questo articolo è stato pubblicato il 06 aprile 2014 alle ore 08:14.

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Formare giovani imprenditori e creare nuove partnership globali sono le sfide aperte per le business school di tutto il mondo. A fare da apripista è Georgetown, uno dei più prestigiosi atenei americani, che continua a investire sull'innovazione dell'offerta formativa nonostante tassi di occupabilità già di tutto rispetto: più del 90% degli studenti undergraduate della sua McDonough School of Business, infatti, trova lavoro appena all'uscita dell'università, con un salario iniziale di 65mila dollari (valore mediano in una forchetta che raggiunge punte anche molto più alte). Certo, spiega a Il Sole 24 Ore Norean R. Sharpe, Senior Associate Dean a Georgetown McDonough, responsabile degli undergraduate program (l'equivalente del triennio universitario in Italia), le risorse rimangono un fattore critico per assicurare una formazione di qualità. E questo vale anche per un gigante come Georgetown che cerca partnership per ampliare l'offerta e sta lavorando in Italia per stringere un accordo con Bocconi. «La riduzione delle risorse nel settore educativo, non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti, ci pone di fronte a una sfida: per molti atenei è difficile attrarre e trattenere i talenti e allo stesso tempo trovare le risorse per creare nuovi programmi - spiega Sharpe - Come facciamo? Creiamo partnership. In Europa abbiamo un'alleanza per programmi congiunti con ESADE e stiamo lavorando a un accordo dello stesso tipo con Bocconi. Del resto l'Europa continua ad essere la destinazione numero uno per i nostri studenti, molto più del Far East e dell'America Latina».
Gli accordi fra business school consentono di ampliare l'offerta e di formare manager con la visione globale richiesta dalle aziende: «La principale tendenza che caratterizza oggi la formazione dei futuri business leader è l'offerta di un'educazione davvero globale, fondamentale per lavorare in un mondo interconnesso. Oggi il 60% dei nostri studenti trascorre un periodo all'estero. Non solo, circa il 15% dei nostri iscritti viene da altri Paesi». E di questi un buon numero sono italiani.
Ma quale formazione cerca chi chiede di essere ammesso alla business school di Geogetown? «L'interesse dei nostri studenti verso la finanza non è affatto diminuito con la crisi. Anzi, oggi il 60% dei nostri allievi sceglie l'indirizzo finanziario. Non c'è solo Wall Street, vediamo anche una maggiore attenzione verso le imprese tecnologiche che richiedono competenze analitiche correlate all'utilizzo dei big data», spiega Sharpe, aggiungendo: «Inoltre sempre più studenti si stanno avvicinando ai nostri corsi di imprenditorialità. Uno dei più settori più dinamici dell'economia è formato proprio da nuove, piccole aziende».
«Molti ragazzi sognano di diventare Zuckerberg - conclude Sharpe - ma chi ha le conoscenze per creare la propria start-up, può metterle a frutto essendo innovativo, flessibile e creativo anche all'interno di una grande azienda. Non siamo più negli anni Ottanta quando chi veniva assunto da un grande gruppo finiva per trascorrerci l'intera vita professionale. Adesso tutto cambia molto velocemente. E avere una mentalità imprenditoriale significa sapersi adattare al meglio ai continui mutamenti dell'economia».
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