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Questo articolo è stato pubblicato il 06 aprile 2014 alle ore 13:11.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 14:56.

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I Documenti di economia e finanza (Def) presentati dai governi degli ultimi anni sono una storia di promesse non mantenute. Ogni volta si preannunciava che l'anno successivo il debito pubblico avrebbe arrestato la sua corsa rispetto al reddito nazionale. E ogni volta l'obiettivo veniva spostato in avanti di un anno. In questo modo il debito è passato da circa il 118% del Pil nel 2010 a oltre il 132% del Pil a fine 2013. Succederà così anche stavolta? È questa la domanda principale che si stanno ponendo gli osservatori economici del nostro Paese.

La svolta impressa all'azione del governo dal presidente Renzi non ha fugato questi dubbi. In poche settimane il nuovo governo è riuscito a ottenere risultati importanti, sia in campo economico che istituzionale. Ma le scelte difficili devono ancora venire, e i dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico rimangono. Il Def che sarà approvato nei prossimi giorni è un'occasione importante per rispondere a questi interrogativi, e consolidare la fiducia nel futuro dell'economia italiana.

Per raggiungere quest'obiettivo, bisogna evitare gli errori commessi in passato. Innanzitutto, il quadro macroeconomico deve essere credibile. Il Def presentato dal governo Letta si basava su previsioni di crescita che erano quasi il doppio rispetto al consenso internazionale (1% per il 2014 e 1,7% per il 2015, contro un consenso intorno a 0,5% per il 2014 e poco sopra l'1% per il 2015). Queste stime vanno abbassate e rese plausibili. Gli effetti delle riforme sulla crescita sono ritardati, e anche in presenza di provvedimenti incisivi e innovativi non ci si può aspettare un'improvvisa accelerazione dell'economia italiana. È vero che nel frattempo i tassi di interesse sono scesi più del previsto, ma il sentimento dei mercati è volubile, e sappiamo bene che i tassi possono risalire anche più in fretta di come sono scesi. Per questo è importante che ci siano margini contro possibili sorprese negative.

In secondo luogo, il Def è un'occasione per fare chiarezza su come il governo intende rispettare i vincoli di bilancio. Non solo indicando obiettivi generici, ma entrando nei dettagli. Rispetto al passato, questo governo ha il vantaggio di avere ereditato il lavoro appena concluso con la spending review. La domanda importante è in che misura il governo vorrà seguire le raccomandazioni del commissario Cottarelli. Non sono raccomandazioni facili da attuare. Tanto per cominciare, dei 34 miliardi di risparmi di spesa che il rapporto indica come recuperabili entro il 2016, 15 sono già impegnati per raggiungere gli obiettivi di bilancio precedentemente indicati, o per evitare ulteriori aumenti della pressione fiscale.

La cifra effettivamente disponibile entro il 2016 per finanziare eventuali tagli di imposta scende quindi a poco meno di 20 miliardi. Non è molto, su una spesa al netto degli interessi di oltre 700 miliardi. Eppure, queste somme sono difficili da recuperare. Sia perché presuppongono che l'amministrazione sia capace di una grande efficienza nella micro-gestione della spesa, ad esempio per risparmiare quasi il 25% sugli affitti pubblici, o per ridurre i costi della riscossione fiscale, o per calibrare i trasferimenti ai comuni in base ai costi standard e alla capacità fiscale. Sia perché le cifre indicate nella spending review includono voci spinose dal punto di vista politico, come tagli ai sussidi al trasporto pubblico locale e alla spesa in pensioni. Eppure, non ci sono alternative, se davvero il governo vuole ridurre la pressione fiscale e disporre di nuove risorse per altri programmi di spesa come i sussidi di disoccupazione. Se il Def si limiterà a indicare obiettivi generici, anziché impegnarsi con chiarezza sulle priorità indicate nella spending review, vorrà dire che anche questa volta saranno promesse da marinaio.

Infine, il Def dovrebbe fare luce sulle privatizzazioni. In questi giorni il governo è alle prese con il rinnovo di centinaia di amministratori di imprese controllate dallo Stato. Abbondano le indiscrezioni di stampa sui rifiuti di questo, sugli ammiccamenti di quello, sulla rottamazione di quell'altro. Nella migliore delle ipotesi, questa responsabilità politica è inutile. Nella peggiore, può essere fonte di errori o abusi. Le più importanti imprese partecipate dallo Stato sono soggette comunque al controllo della regolamentazione, che è uno strumento più efficace e trasparente della proprietà pubblica. Anche in questo campo il governo dovrebbe imprimere una svolta rispetto al passato, spiegando che il mantenimento del controllo non è più un obiettivo strategico, e annunciando con precisione una nuova stagione di privatizzazioni, inclusa la cessione di almeno una rete Rai. Il contesto internazionale è favorevole, e bisognerebbe approfittarne. Ma soprattutto, un rilancio delle privatizzazioni, a livello statale e locale, darebbe un segnale credibile che il Paese sta davvero cambiando, e che la politica è disposta a fare un passo indietro per lasciare più spazio all'iniziativa privata.

Un quadro macroeconomico credibile, un ruolo centrale e dettagliato per la spending review, e una svolta nelle privatizzazioni. Sono questi i concetti chiave su cui ricostruire fiducia e credibilità. Se invece il Def si limiterà a impegni generici e alle solite simulazioni sul rientro del debito pubblico, saranno ancora una volta obiettivi disattesi.
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