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Questo articolo è stato pubblicato il 08 aprile 2014 alle ore 08:45.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 14:57.

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Nella politica di una volta il momento degli ultimatum preludeva quasi sempre a governi che scivolavano verso le dimissioni. Nella politica di oggi tutto è diverso e le polemiche fra Renzi e Brunetta possono rientrare così come sono esplose: al pari delle bolle di sapone citate dal capogruppo di Forza Italia. La confusione in realtà è determinata dal vuoto che si è creato al centro della vita politica. È l'uscita di scena di Berlusconi, prossimo a conoscere il suo destino di condannato, a squilibrare il sistema.

Il famoso "patto" fra Pd e Forza Italia aveva bisogno per sostenersi di una certa armonia generale. In pratica, Berlusconi ha sperato fino all'ultimo che la contropartita sarebbe stata per lui una grazia "di fatto". Istituto che ovviamente non esiste e che il Quirinale non aveva alcuna intenzione di inventare. Di conseguenza l'avvio della pena esecutiva è in sé un colpo al "patto" per la buona ragione che uno dei due contraenti è fuori gioco. E nonostante quello che si dice all'interno di Forza Italia, più che altro per darsi coraggio, oggi i problemi del Pd sono poca cosa se paragonati al grado di disfacimento cui è esposto il centrodestra.
I democratici vedono la possibilità di spuntare un discreto e forse ottimo risultato alle elezioni europee: perchè dovrebbero mettere i bastoni fra le ruote al loro leader alla vigilia del voto? E perché dovrebbero farlo Alfano e i centristi, che anzi vedono un'insperata opportunità di rientrare in gara sfruttando le convulsioni berlusconiane?
È chiaro che i numeri per fare le riforme senza i voti di Forza Italia sono molto esigui al Senato, quasi inesistenti. Ma è del tutto normale che il premier ostenti sicurezza, fidando nella compattezza della sua maggioranza. Certo, c'è una contraddizione palpabile rispetto al Renzi prima maniera, quello che manifestava una punta di disprezzo verso la coalizione "chiusa" fondata sugli alfaniani e si sentiva forte dell'accordo trasversale con Berlusconi. Ma in politica tutto cambia in fretta e oggi siamo agli ultimatum di Renato Brunetta. Che peraltro sono poco credibili perché vengono da una parte politica lacerata e priva di qualsiasi strategia: quando è ovvio che solo la potenza di chi lo lancia rende l'ultimatum una minaccia verosimile.

In definitiva, quel che resta di Berlusconi non può onorare il vecchio patto, ma non può nemmeno rinnegarlo in modo esplicito (guarda caso, il suo amico Giuliano Ferrara, molto "falco" in altri momenti, oggi gli consiglia di «mantenere il sangue freddo»). Quindi Brunetta va in avanscoperta sulla linea intransigente e oltranzista più che altro per mettere Renzi sotto pressione e vedere fino a che punto il presidente del Consiglio è disposto a trattare. Poi sarà Berlusconi o chi per lui ad abbassare la tensione, se qualcuno avrà ancora in mano il bandolo della matassa.
Di sicuro, a poche settimane dalle elezioni, i berlusconiani hanno bisogno di dimostrare che sul palcoscenico non ci sono solo Renzi e i "grillini", impegnati in un duello mortale. Poi, dopo il voto, si vedrà sulla base dei voti effettivi e dei rapporti di forza conseguenti. È un gioco un po' al ribasso, ma non ce n'è uno migliore. E lo stesso Renzi, al di là della baldanza con cui annuncia «non mi farò ricattare», sa che lo spettro del logoramento è sempre in agguato: sulle riforme, sulla legge elettorale, sul tema del lavoro. La salita è cominciata.

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