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Questo articolo è stato pubblicato il 25 aprile 2014 alle ore 09:00.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:17.

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Giorgio Napolitano ha firmato il decreto Irpef dopo aver raccolto dal ministro dell'Economia, Padoan, tutte le informazioni sui dettagli del provvedimento, sulla sua coerenza con gli impegni europei e, si può supporre, con le prospettive a medio termine che ne derivano per i nostri conti pubblici, visto che alcune coperture valgono solo per il 2014 e dovranno essere ripensate o modulate di nuovo per il 2015.

Quello del presidente della Repubblica è un tipico agire istituzionale, come è accaduto molte volte in passato. Inutile leggervi un significato politico pro o contro le scelte del governo: erano necessari alcuni chiarimenti prima della firma, come avviene di frequente rispetto ad atti rilevanti dell'esecutivo.

Semmai è noto che il capo dello Stato sta favorendo in modo discreto ciò che consolida la stabilità del quadro politico e appoggia senza riserve il percorso delle riforme, che come tale esige un livello piuttosto alto di intesa fra forze di maggioranza e di opposizione. In altri termini, le riforme hanno bisogno più che mai di un accordo fra il Pd e Berlusconi, considerato che i Cinque Stelle di Grillo sono fuori gioco. E qui il gioco si sta complicando parecchio. È vero che siamo in campagna elettorale, il che provoca un'ovvia deformazione del dibattito. Ma sta accadendo qualcosa di peggio che investe la sostanza delle riforme e soprattutto la qualità di un cosiddetto "patto", quello fra Renzi e Berlusconi, che sta scricchiolando - e non da oggi - di fronte alle sfide quotidiane.

Sotto questo aspetto il ritorno in campo di Berlusconi, pienamente restituito alla sua "agibilità politica", cioè di fatto graziato a parte le mezze giornate del lunedì a Cesano Boscone, ha coinciso con un colpo inferto ai piani di Renzi. Tutto si lega. Da un lato il presidente del Consiglio sembra arenato per quanto riguarda le riforme. La legge elettorale piace a pochi, la trasformazione del Senato rischia di non avere abbastanza voti a Palazzo Madama. Renzi continua a dimostrarsi un eccellente comunicatore, ma sul terreno della mediazione politica finora si è mosso a disagio: per la verità ha dato l'impressione di non interessarsene, fedele al principio che quel che conta è correre, correre sempre.

Dall'altro lato, Berlusconi ha un disperato bisogno di recuperare un po' di consensi. Forse è già troppo tardi, almeno così dicono i sondaggi. Il sistema bipolare è diventato tripolare per via dei successi "grillini"; e adesso sta forse tornando bipolare, ma con i Cinque Stelle al posto di Forza Italia. Ciò significa che la battaglia delle Ardenne di Berlusconi richiede argomenti forti e un supplemento di spregiudicatezza. L'esito rimane assai precario, ma senza dubbio la prima vittima dell'operazione rischia di essere quel che resta dell'intesa istituzionale con Renzi. Perché mai un esponente dell'opposizione in difficoltà dovrebbe aiutare la campagna elettorale del premier?

E quest'ultimo, a sua volta, perché dovrebbe assistere senza reagire alla propria sconfitta, cioè al lento affossamento del progetto riformatore? Renzi non è tipo da restare inerte mentre gli avversari espliciti e impliciti completano l'accerchiamento. Tanto è vero che ieri sera Giachetti, noto esponente del Pd, gli chiedeva: «Matteo, chi te lo fa fare?». Ma la soluzione non è a portata di mano. Le elezioni politiche con la vecchia legge elettorale sono un azzardo quasi insostenibile. E Renzi dovrà pensarci cento volte.

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