Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 01 maggio 2014 alle ore 14:46.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:24.

My24

«Nemmeno Menghistu, quando ci espropriò i nostri impianti in Etiopia, ci trattò così male». Sono le parole con cui, non più tardi di due mesi fa, nel nostro ultimo incontro, Emilio Riva mi espresse tutta l'amarezza che stava provando per la vicenda Ilva di Taranto che, nel volgere di poco meno di due anni, aveva travolto la sua vita. E sono parole che non posso non condividere appieno. Ma in quest'ultimo anno e mezzo, ho già avuto modo di commentare la questione e non ci voglio tornare.

Voglio invece rendere omaggio a Emilio Riva e alla sua figura di vero capitano d'impresa. Uno che, in ossequio al più puro e alto concetto di capitalismo, ha saputo rischiare e ha saputo rischiare con i suoi mezzi, senza mai chiedere nulla allo Stato. Impresa non proprio semplice, ma, soprattutto non molto frequente nel nostro Paese, dove - come noto - hanno abbondato, e abbondano, invece, i "capitalisti senza capitali".
Partendo dalla raccolta dei rottami, Emilio Riva ha costruito, con le sue sole risorse, economiche e progettuali, un impero industriale, un impero che non solo ha realizzato la sua - del tutto legittima - fortuna economica, peraltro con evidenti ricadute positive per migliaia di lavoratori, diretti e indiretti, ma ha permesso al Paese di poter vantare una dimensione di eccellenza, quantitativa e qualitativa, in un settore strategico, se consideriamo che la manifattura, checché se ne dica e se ne pensi, è stata, è, e sarà ancora per lungo tempo un asset portante della nostra economia nazionale. Se l'Italia può oggi competere (anzi, primeggiare per la qualità, oltreché per la quantità) nella produzione di acciaio con i più grandi player mondiali, per buona parte è merito di Emilio Riva. Se ne sono forse più accorti all'estero (dove ha svolto un ruolo di precursore e di apripista nelle privatizzazioni, aiutando letteralmente alcuni Governi, da quello francese a quello belga a quello tedesco a realizzare la privatizzazione dei loro grandi e obsoleti impianti siderurgici, e meritandosi per questo molteplici onorificenze, dalla Francia alla Germania, e così via). Ma sarebbe troppo scontato ricorrere alla figura retorica del nemo propheta in patria. Lui stesso rifiuterebbe questa disquisizione intellettualoide.

Per lui contavano solo il lavoro e la concretezza. Era un uomo duro? Un carattere difficile? Un "padrone" vecchia maniera? Era un tipo poco incline ad accondiscendere il politico o il potente di turno? Forse. Ma, con tutta franchezza, non mi interessa. Per me, e vorrei che lo fosse per tutti, Emilio Riva era prima di tutto un grande "datore di lavoro", uno che, in sessant'anni di attività ha dato lavoro a decine e decine di migliaia di persone. Questo è stato Emilio Riva, uno dei pochissimi che poteva vantarsi, a buon diritto, di avere sempre e solo aperto fabbriche, e mai averle chiuse.
Mi fermo qui, anche se la voglia di scrivere ancora a lungo ci sarebbe. Ma non posso né voglio abusare dello spazio che mi è stato concesso.
Concludo ringraziando Emilio Riva, a nome di tutti gli imprenditori siderurgici italiani, per tutto quello che ha dato al nostro settore e al nostro Paese.
Antonio Gozzi è presidente di Federacciai

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi