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Questo articolo è stato pubblicato il 06 maggio 2014 alle ore 08:00.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:27.

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«Quando facevo il politico mi dicevano che ero un tecnico, ora che faccio il tecnico mi definiscono un politico...». Giunto a metà del suo mandato di sette anni, il presidente della Consob Giuseppe Vegas sembra più divertito che stupito o irritato dal commento di Piazza Affari sulla relazione annuale dell'authority di vigilanza. Anzi, a dire il vero, sembra quasi che ne sia soddisfatto.

Dopo quasi tre anni e mezzo alla guida della Consob - e in uno dei periodi più travagliati nella storia dell'economia, della finanza e della politica italiana ed europea - Vegas sembra aver interpretato nella sua relazione quella che è attualmente la più sentita esigenza del mercato: far capire al governo, al legislatore e in generale alla classe politica che l'Italia non è una variabile indipendente nel contesto finanziario internazionale, che le leggi e i regolamenti presi sull'onda del populismo, degli scandali o delle emergenze, se non ben ponderati, rischiano di avere effetti negativi non solo sulla competitività del mercato finanziario nazionale e dei suoi attori, ma anche sulla sicurezza stessa del risparmio. Che si tratti di stipendi dei manager, di tasse sul risparmio e sulle transazioni finanziarie, di quote rosa, di amministratori indipendenti, di controversie civili e commerciali o persino di burocrazia, fa poca differenza: la competizione tra mercati e tra sistemi-paese non si vince a colpi di proclami o con regole che cercano solo il consenso, ma con riforme vere e condivise che siano in grado di creare le migliori condizioni di investimento agli operatori e di crescita al risparmio. È in questo senso, e solo in questo, che il discorso di Vegas ha avuto ieri il più forte connotato "politico" che si ricordi in una relazione annuale della Consob.

Pur non mancando gli aspetti "tecnici" sulla vigilanza e le sanzioni - parte comunque essenziale dell'attività dell'authority - ciò che ha colpito del discorso è stata la sua proiezione in avanti, con proposte concrete al legislatore italiano in tema di tassazione delle rendite finanziarie e di creazione di nuovi strumenti partecipativi al capitale delle imprese - di particolare rilievo le azioni a voto multiplo e le cosiddette loyalty shares, azioni a tassazione ridotta per chi le conserva nel medio-lungo termine - ma persino al sistema bancario. Se al legislatore Vegas ha rammentato infatti che in tema di riforme i bisogni degli investitori esteri sono del tutto identici ai bisogni degli italiani, alle banche il presidente della Consob ha lanciato una richiesta non meno importante: darsi autonomamente delle regole di comportamento nuove in settori dove il fischietto dell'authority non arriva, come per esempio la cosiddetta «product governance». In pratica, Vegas ha chiesto ai banchieri di imitare quanto fatto in Belgio, dove è in atto una moratoria volontaria delle banche sul collocamento presso i piccoli risparmiatori di prodotti troppo complessi per comprenderne realmente la rischiosità (vedi i derivati): anche se in Italia la vendita di tali strumenti e prodotti complessi rappresenta meno del 40% del totale venduto attraverso i canali bancari, la moratoria consentirebbe alle banche di "profilare" meglio il proprio cliente medio e di organizzarsi poi con un'offerta di prodotti finanziari più trasparente e sicura per tutti.

Non è detto che questo approccio piaccia a tutti o che sia privo di incognite in tema di autonomia delle imprese bancarie nel definire l'offerta ai clienti, ma certamente segna un passo importante in tema di autoregolamentazione in un settore ormai bersagliato da regole nazionali e sovrannazionali che sono spesso in contrasto tra di loro o che non tengono minimamente conto delle differenze sociali, culturali, storiche ed economiche dei diversi sistemi. Ma Vegas, nella sua relazione, ha lanciato anche un altro importantissimo messaggio "politico" non solo al governo italiano ma anche ai nostri partner e alle autorità di Bruxelles: così come si è compreso che senza Unione Bancaria il progetto creditizio europeo sarebbe rimasto incompleto e la sicurezza dei depositi a rischio, così si deve capire che un analogo percorso dovrà essere fatto anche i mercati finanziari nazionali. In altre parole, la proposta "politica" di Vegas all'Europa è quella di trasferire gran parte delle competenze di vigilanza nazionali sulle Borse a una nuova Super Authority europea in grado di garantire l'adozione in tutti i Paesi dell'Unione delle stesse regole di funzionamento dei mercati.

In altre parole, Vegas propone di superare le attuali "barriere" normative e culturali (e un giorno magari fiscali) che avvantaggiano alcune Piazze finanziarie e ne penalizzano altre, creando una nuova archietttura europea della vigilanza più efficace e rispondente alle caratteristiche globali dei flussi finanziari. Per Vegas, infatti, l'Esma, l'attuale authority europea per le Borse, è una sorta di anatra zoppa che può regolare il mercato ma non vigilarlo, e che va quindi superata nell'interesse di tutti. Tra l'altro, tema su cui Vegas batte ormai dall'anno scorso, la nascita di una Super Authority delle borse europee consentirebbe di realizzare un assetto coerente con un modello di ripartizione delle competenze secondo la finalità dei controllo, distinguendo fra stabilità, da un lato, e trasparenza e correttezza dei comportamenti, dall'altro. Per quanto, anche in questo caso, l'idea di Vegas sia certamente opinabile e non necessariamente gradita a tutte le altre authority (Banca d'Italia, per esempio, perderebbe ruolo in materia di vigilanza sul risparmio gestito e servizi di investimento), arrivare a una nuova architettura della vigilanza europea è certamente una questione critica per l'intero mercato finanziario.

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