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Questo articolo è stato pubblicato il 18 maggio 2014 alle ore 08:11.

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ROMA
Non solo corruzione. A rendere agonizzante il settore delle infrastrutture che dovrebbe dare invece la spinta essenziale per rilanciare il Paese c'è un sistema di patologie che sono andate aggravandosi negli ultimi anni. Centoventi modifiche al codice degli appalti negli ultimi tre anni senza un disegno organico. Sistemi di deroghe per dare certezza ai tempi di opere che - secondo l'Ance - impiegano mediamente più di dieci anni per arrivare al traguardo. Varianti in corso d'opera che - secondo l'Autorità di vigilanza sugli appalti - portano a costi aggiuntivi dell'ordine del 27% su appalti integrati e general contractor. Un settore pubblico che con le spa controllate dilaga ancora nella progettazione e nelle fasi esecutive anziché svolgere al meglio funzioni fondamentali come quella della programmazione delle opere (selezionando quelle utili) e della vigilanza (con Autorità che un giorno vengono rafforzate e il giorno dopo delegittimate). E soprattutto: la spesa per investimenti pubblici ormai marginalizzata - scesa dal 3,5% del Pil del 1981 al 3,1% del 1991 al 2,4% del 2001 all'1,7% di oggi destinato a calare fino all'1,4% del 2017 - mentre il sistema delle opere pubbliche spreca soldi senza produrre risultati visibili per i cittadini che vedono il mondo degli appalti come qualcosa di separato e autoreferenziale. Con poche eccezioni: l'alta velocità Torino-Milano-Napoli che ha ridotto la percorrenza da Roma a Milano da tre ore e 50 minuti a 2 ore e 50 minuti (e saranno due e mezzo quando sarà pronto il sottopasso di Firenze), apportando la più grande trasformazione nel sistema italiano della mobilità dalla realizzazione delle autostrade negli anni '50; il passante di Mestre che ha decongestionato il traffico intorno alla Laguna; qualche metropolitana urbana a Torino, Napoli, Milano e Roma, costruite con immensa fatica ma indiscutibilmente utili per città sempre più congestionate. Opere che rendono un doveroso ritorno in termini di qualità della vita a cittadini che versano un prezzo in tasse pagate e fastidi da cantiere. Ma la mappa che pubblichiamo in questa pagina è impietosa: di 37 grandi opere strategiche programmate negli ultimi 15 anni, sono solo 11 quelle arrivate al traguardo e in funzione.
Il dato più imbarazzante per il sistema, l'indice di credibilità del Paese all'estero su questi temi, è però il confronto fra noi e l'Europa in fatto di spesa per investimenti pubblici. Non c'è economista - di scuola keynesiana o neoliberista che sia - che non sostenga che bisogna fare una forte cura dimagrante sulla spesa corrente per salvare semmai quella in conto capitale. Un problema fondamentale di mix. Da noi accade il contrario: abbiamo rinunciato a uno dei grandi motori dell'economia per non essere capaci di tagliare sprechi e privilegi nella macchina corrente dello Stato. Dal 2009 al 2013 gli investimenti sono stati tagliati del 34%, mentre la spesa corrente primaria è cresciuta dell'1,7%.
Dieci anni che danno l'idea dell'arretramento del Paese sull'asse della crescita. Dal 2004 al 2013 i dati Eurostat aggiornati dicono che la Francia ha speso in investimenti 606,9 miliardi, la Germania 383, il Regno Unito 367,9, la Spagna 336,1, l'Italia 335,2. Nel 2004 l'Italia era seconda dietro la Francia, per quasi tutto il decennio, anno dopo anno, è rimasta all'ultimo posto, dal 2011 ha scavalcato la Spagna che, dopo una lunga galoppata, ha drasticamente tagliato la spesa pubblica. Nel 2013 la spesa è stata pari a 27,2 miliardi, 11,4 miliardi meno di quello che spendeva nel 2009. Dal 2004 al 2011, mentre l'Italia perdeva il 19,6%, la Germania cresceva del 30,7%, la Francia del 26%, il Regno Unito del 19%.
@giorgiosantilli
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