Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 28 maggio 2014 alle ore 07:43.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:44.

My24

Come sempre in Europa la tentazione di mettere la testa sotto la sabbia è grande. Quasi irresistibile. Questa volta però metterla in atto è impossibile. Per tre ragioni.
Primo, snobbare o criminalizzare euroscetticismo e partiti anti-sistema, in ascesa da anni, non è servito a fermarli ma li ha fatti lievitare oltre la soglia di guardia metabolizzabile da sistemi democratici solidi ed efficienti.

Secondo, la pressione dell'Europarlamento, deciso a inaugurare una vera dinamica democratica nella nomina del nuovo presidente della Commissione Ue, è soverchiante: ignorarlo potrebbe costare caro, in termini di stabilità istituzionale, ai governi che ci provassero. Terzo, il rilancio di crescita economica, lavoro e investimenti è fondamentale per restituire all'Europa il consenso popolare che si va evaporando.
Con queste premesse non ci sono dogmatismi o partiti presi che tengano. A meno che non si voglia con calma, pezzo per pezzo, smontare la costruzione europea.
Sapendo di giocare con il fuoco, i 28 capi di governo riuniti ieri sera a Bruxelles per contarsi le ammaccature e valutare tutte le conseguenze del voto delle europee, hanno preso tempo, decisi a non trasformare la loro in una "cena delle beffe" per i rispettivi elettori. Esercizio non facile. Per la molteplicità e contraddittorietà degli interessi in campo.
Matteo Renzi, il trionfatore del 25 maggio, e François Hollande, il grande sconfitto dal Front National di Marine Le Pen, hanno perorato la causa dello sviluppo come il toccasana per guarire disaffezione europea e squilibri fiscali, possibilmente combinato con l'allentamento del rigore.
Uscita quasi indenne dalla prova ma con la fronda anti-euro che le si allarga in casa, Angela Merkel questa volta sembra convinta della necessità di «dare nuova attenzione a crescita, lavoro e competitività per recuperare consensi».

Germania finalmente alla svolta? La prudenza è d'obbligo almeno quanto, a questo punto, la professione di realismo. L'arroccamento sulla stretta rigorista e riformista non ha pagato: per ora ha portato recessione e disoccupati ma non ha fatto scendere i debiti pubblici. Ha alienato i consensi all'Europa troppo tedesca. Ha tagliato le gambe a molti governi in carica, in primis alla Francia di Hollande, che non è un Paese qualunque ma la "spalla" di sempre della Germania.
C'è, è vero, la Bce di Mario Draghi pronta, con tutte le armi a sua disposizione, a carburare la crescita europea e a combattere la deflazione. Però da sola la politica monetaria può fare molto ma non tutto. La crisi di fiducia dilagante e il disastro socio-politico in cui si dibatte l'Europa post-voto richiedono segnali forti da parte dei governi: per esempio il via libera di Berlino a una politica dalla manica un po' più larga sugli investimenti che fanno crescita.
Visto che oggi la Germania è una locomotiva alquanto spompata, non si può escludere che la Merkel prima o poi si arrenda all'evidenza della necessità di una correzione di rotta nella sua politica europea.

Sarebbe una salutare boccata di ossigeno per l'eurozona e la prima tessera del complesso puzzle della riconciliazione europea. Per completarlo però ci vorrà ben altro. A cominciare dalle riforme istituzionali per regolare la convivenza tra la grande Unione e il più piccolo club dell'euro ma senza distruggere il grande mercato unico.
E poi andrà sciolta l'incognita britannica. David Cameron, l'altra grande vittima con Hollande dell'ondata nazional-euroscettica, pretende una nuova Europa più amica del business, fatta di meno burocrazia e regolamentazione Ue, con più poteri per i parlamenti nazionali, meno interferenze di Bruxelles sui sistemi giudiziari e di polizia nazionali, chiari limiti di accesso per i cittadini Ue disoccupati ai sistemi di previdenza e welfare altrui. In breve, meno Europa.
La linea Cameron piace a Olanda, Irlanda e Svezia e anche a diversi Paesi dell'Est. Come conciliare però un'Unione meno strutturata e quasi tutta libero-scambista con le ambizioni di chi punta invece a un salto di qualità dell'integrazione alla ricerca dell'unione politica e militare per fare dell'Europa unita un credibile interlocutore globale e dell'euro una moneta stabile e duratura? E come realizzare queste ambizioni con un popolo europeo scettico e sfiduciato al seguito?
Sono queste domande oggi senza risposta che potrebbero convincere la Merkel a ripensare la sua dottrina europea e cercare una leadership più collegiale e politiche più consone all'interesse collettivo. Nella convinzione che l'Europa attuale ha fatto il suo tempo. E ora deve cambiare per ritrovare il filo di Arianna che ha perduto.

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi