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Questo articolo è stato pubblicato il 30 maggio 2014 alle ore 07:52.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:46.

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Cosa debba essere l'Italia del lavoro tra cinque o dieci anni coincide con cosa si vuole che sia l'Italia dell'industria alla stessa altezza di tempo: i due temi sono uno solo anche perché – come hanno detto ieri sia Squinzi sia il ministro Federica Guidi – «l'occupazione la fanno le aziende, le fabbriche». Quindi è fondamentale azionare le politiche dei fattori (dal fisco all'energia, dal credito alla ricerca scientifica e al trasferimento tecnologico) in modo che siano tutte orientate all'innovazione, agli investimenti e allo sviluppo imprenditoriale.
Non è solo questione di rendere più semplici i licenziamenti per superare l'antico timore dell'imprenditore che non vuole rischiare il "matrimonio a vita" con i propri dipendenti; né è solo questione di incentivare questa o quella modalità di assunzione. «Non ho mai visto un imprenditore fare un'assunzione solo sulla base di un incentivo. Né ho mai visto imprenditori ansiosi di poter licenziare i propri dipendenti per capriccio» ha detto Guidi.

Il presidente della Confindustria aveva poco prima spiegato con chiarezza che «il capitale umano è la ricchezza più grande che noi imprenditori abbiamo». Se il lavoro è il mezzo con cui si massimizza il capitale umano ciò mette in gioco le politiche di istruzione e formazione, ma naturalmente anche quella della corretta remunerazione di quel capitale. Per questa strada si arriva all'urgenza di ridurre ancora di più il peso del cuneo fiscale e parafiscale sul lavoro italiano a tempo indeterminato (perché come è oggi risulta spiazzato dai costi dei concorrenti, se è di 10 punti sopra la media Ue e di 17 su quella dei Paesi Ocse) e alla necessità di ancorare con maggiore precisione le retribuzioni alla produttività e al merito. La prima condizione è appannaggio delle politiche fiscali del Governo, la seconda è propria della dialettica tra le parti sociali sottesa alla contrattazione.
Dalla relazione del presidente della Confindustria è uscita una sfida aperta e positiva al mondo sindacale per un drastico cambio di agenda, secondo i ritmi che ormai sono i ritmi (incalzanti) del mondo intero: non liturgie negoziali, ma una diffusione veloce di intese di secondo livello sul salario di produttività.

La concertazione è pratica che il Governo ha archiviato e, anzi, nell'impeto di disintermediazione della società, l'Esecutivo rischia di gettare oltre all'acqua sporca dei veti paralizzanti, anche il bambino della coesione sociale.
Lo spazio per il dialogo tra imprese e sindacati non può che essere quello di una contrattazione baricentrata sui luoghi di lavoro, più moderna, più "liberale" e meno massimalista. Altrimenti toccherà al Governo stabilire forme di incentivazione del salario di merito che finirà con l'essere elargito unilateramente dall'impresa. Sarà anche questo un modo per disintermediare la società. L'altro potrebbe essere il salario minimo orario definito per legge, ma non a caso di questo non hanno parlato né Squinzi, né Guidi. Sarebbe un modo per superare di fatto i contratti nazionali, forse un passaggio ancora un po' troppo prematuro (anche perché lascerebbe all'attore politico uno spazio di discrezionalità molto ampio).

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