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Questo articolo è stato pubblicato il 17 luglio 2014 alle ore 06:37.

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BRUXELLES.
Appena 24 ore dopo la fiducua a Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione, prova della tenuta delle "larghe intese" tra popolari socialisti e liberali almeno nel Parlamento europeo, i leader arrivano divisi al vertice straordinario convocato per chiudere la partita delle nomine sugli altri due "top jobs" europei: Alto rappresentante per la politica estera e presidente del Consiglio europeo. Tanto che tutto rischia di slittare ad un altro vertice. Entrando nella sede del Consiglio in vista del vertice, il cancelliere Angela Merkel era cauta: parlava di «prima discussione» sulle nomine. E ieri sera le possibilità di successo della ministra degli Esteri italiana Federica Mogherini per la nomina a Mrs Pesc erano incerte, dinanzi alla freddezza di molti Paesi dell'Est che la considerano troppo filorussa. Riferendosi alla candidatura, Elmar Brok, presidente democristiano tedesco della Commissione affari esteri del Parlamento europeo, spiegava: «Abbiamo bisogno di qualcuno con più competenze in politica estera».
Ma Matteo Renzi va dritto per la sua strada: non c'è nessun piano B, la candidata dell'Italia resta Mogherini. E anche l'ipotesi di Massimo D'Alema, non la prima opzione di Renzi ma una possibile soluzione di compromesso, sembra avere più l'obiettivo di piegare le resistenze verso Mogherini. Entrando ieri nella sede del Consiglio europeo il premier italiano ha avvertito i suoi partner: «Cosa chiede l'Italia? L'Italia chiede soltanto rispetto, non una posizione o l'altra. Chiediamo il rispetto che spetta a tutti i paesi e ad uno fondatore della Ue». «Juncker ha fatto un accordo con i socialisti e i socialisti sostengono Mogherini – spiegavano poi in serata fonti del governo –. C'è allora un problema tra Juncker, appena votato grazie a un accordo, e i socialisti? O c'è un veto sull'Italia? I veti sull'Italia sono inaccettabili, è una questione di dignità». Il Partito socialista europeo ha in effetti sostenuto ieri indirettamente la candidatura italiana in sostituzione di Catherine Ashton. Ma sulla strada del premier italiano è tornato ad aleggiare il fantasma di Enrico Letta. È infatti corsa voce (smentita) anche di contatti tra Roma e Bruxelles sulla possibilità che l'ex premier fosse candidato a presidente del Consiglio europeo. Con tanto di voci, anch'esse non confermate, di una candidatura di Letta come suo successore da parte dello stesso Herman Van Rompuy.
Le altre designazioni attese nei prossimi mesi sono quelle relative ai membri della Commissione e alla presidenza dell'Eurogruppo. Nonostante evidenti interessi nazionali, la partita di designazioni comunitarie appare sempre più segnata da linee ideologiche. Oltre alla signora Mogherini come Alto Rappresentante, il Pse punta sul premier danese Helle Thorning-Schmidt alla presidenza del Consiglio europeo (quest'ultima però successivamente ha smentito di voler essere candidata). Anche sul fronte dei capi di Stato e di governo popolari, che si sono incontrati come i leader socialisti prima della cena dedicata alla nomina di un nuovo Alto rappresentante, c'è stata la volontà di presentare una posizione comune. Il Partito popolare europeo sostiene che al Pse spetti una sola una carica tra queste due: Alto rappresentante o presidente del Consiglio europeo. Quella che rimarrà libera dovrebbe andare, secondo il Ppe, a un leader popolare. I due principali partiti europei hanno quindi preso posizione ieri, occupando lo spazio politico, come in maggio quando fecero campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo con propri candidati-capilista alla presidenza della Commissione europea fino a imporre ai governi il nome di Juncker. Ieri, intanto, il Parlamento europeo a Strasburgo ha votato la fiducia a Ferdinando Nelli Feroci, un ex diplomatico di carriera, chiamato a sostituire fino a ottobre l'ormai ex commissario all'Industria Antonio Tajani.

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