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Questo articolo è stato pubblicato il 22 luglio 2014 alle ore 10:36.
L'ultima modifica è del 22 luglio 2014 alle ore 07:35.

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Le difficoltà a fare accettare e soprattutto a far rispettare una tregua tra le parti in conflitto a Gaza non è la semplice conseguenza della reciproca diffidenza o di un sentimento di odio che i fatti recenti non possono che rafforzare. Esse piuttosto esprimono la distanza tra le posizioni degli attori coinvolti, e testimoniano degli interessi che li hanno spinti a scegliere il conflitto.

Interessi e scelta sono le due parole cruciali per capire questa sanguinosa crisi, questa ennesima ecatombe di vittime in larghissima parte civili, per afferrare il senso di un'escalation che è tutto fuorché casuale. I tre ragazzi israeliani rapiti e uccisi da estremisti palestinesi e l'adolescente arabo bruciato vivo da fanatici israeliani per rappresaglia hanno rappresentato solo il casus belli di questa guerra, che per motivi diversi ma convergenti tanto il governo di Tel Aviv quanto la dirigenza di Hamas hanno ritenuto opportuno scatenare.

Per il governo israeliano il vero incubo politico e strategico non è rappresentato dalla "pioggia di missili su Israele" (assai più "telegenica" e infinitamente meno costosa dell'"esibizione dei morti palestinesi", per riprendere l'infelice espressione con cui il premier Netanyahu ha definito le vittime dei raid israeliani), quanto dalla ricostituzione dell'unità politica dei palestinesi. Per impedire la realizzazione dell'accordo tra Hamas e Fatah, Israele aveva provato a blandire (poco) e a minacciare (molto) un Abu Mazen che, ormai a un passo dalla totale delegittimazione politica, si era ormai deciso a sfidare l'ira israeliana dopo aver provato per anni a ottenerne invano la riconoscenza.

Colpendo pesantemente la Striscia, nella consapevolezza che questo avrebbe provocato una strage di civili, ammassati gli uni sugli altri in un francobollo di terra, il governo israeliano ha provato a inserire un cuneo tra la popolazione stremata e Hamas, a delegittimare il più "forte" e temibile dei due soci palestinesi.


Un'operazione già tentata, senza successo, nei confronti di Hezbollah nel 2006, quando attraverso la distruzione punitiva della gran parte delle infrastrutture dell'intero Libano, il governo israeliano cercò di delegittimare la resistenza libanese agli occhi del suo stesso popolo. Non è un caso che proprio ieri il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, abbia dichiarato di voler prestare il proprio sostegno ad Hamas. In parte memore di quanto avvenuto nel 2006, certo, ma anche alla ricerca di una nuova legittimazione del movimento sciita come principale baluardo nei confronti di Israele, dopo che il coinvolgimento delle sue milizie nella guerra civile siriana ne aveva offuscato l'immagine "nazionale" è riproposto la natura settaria.
Sul fronte palestinese, pure Hamas era alla ricerca di una nuova occasione di scontro con Israele. Il riavvicinamento all'Anp di Abu Mazen, infatti, pur importante simbolicamente, lasciava ancora nell'indeterminatezza la linea da seguire e chi avrebbe esercitato la leadership. Si trattava di un punto di arrivo di un processo lungo e tormentato ma costituiva anche il punto di avvio per un futuro cammino comune. Avrebbe prevalso la moderazione di Fatah? O viceversa il radicalismo di Hamas? Imboccando la via del conflitto Hamas ha posto un'ipoteca su questo cammino comune. Certa della furibonda reazione israeliana (150 palestinesi ammazzati per ogni israeliano ucciso fino all'avvio dell'invasione di terra), Hamas ha attratto sulla sua linea il mite Abu Mazen, puntando alla conquista della leadership sostanzialmente monopolistica in campo palestinese. E questa è la principale ragione per cui non può accettare una tregua umanitaria che non contempli anche un chiaro segnale di successo politico della sua linea d'azione: la liberazione di alcuni suoi esponenti e, soprattutto, l'allentamento dello strangolamento economico di Gaza e della sua popolazione. D'altronde, anche Hamas si stava ritrovando in una scomoda posizione analoga a quella di Hezbollah: non più innanzitutto un movimento di resistenza nazionale contro l'illegittima e quasi cinquantennale occupazione israeliana, ma un'emanazione palestinese dei Fratelli Musulmani egiziani. Rompere questa cornice interpretativa era di vitale importanza, tanto più adesso che al Cairo regna il generale Al Sisi e che i sauditi hanno eletto la Fratellanza a loro arcinemico.
Ora la palla è prevalentemente nel campo israeliano. Il governo di Tel Aviv farebbe bene a ricordare la lezione della guerra libanese del 2006, persa sia in termini militari che politici dallo Stato Ebraico. La riapertura dei valichi con Gaza da parte delle autorità egiziane la dice lunga sul rischio che anche questa ennesima "operazione" si riduca all'ennesima strage di civili capace di saldare la rabbia di tutti i palestinesi e di molte piazze arabe, oltre che alienarle il sostegno di governi amici. Dopo le primavere arabe del 2010/2011, gli effetti di un'operazione militare sullo stile dell'invasione del Libano del 2006 potrebbero essere disastrosi per Israele e per tutto il Medio Oriente, tanto più a fronte del diverso e declinante ruolo americano in tutta la regione.
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