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Questo articolo è stato pubblicato il 31 luglio 2014 alle ore 07:27.
L'ultima modifica è del 31 luglio 2014 alle ore 07:29.

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Più che un "piano", una sfida. La sfida di definire un'azione capace di portare l'evasione a livelli fisiologici, ovvero più vicino - sotto il profilo quantitativo ma anche etico-sociale - a ciò che accade nella gran parte dei paesi europei.
Cultura della legalità; semplificazioni; certezza del diritto; tax compliance; banche dati; analisi del rischio.

Sono queste le parole d'ordine più ricorrenti nelle 157 pagine del rapporto sulle strategie di contrasto all'evasione che il governo illustrerà presto in Parlamento. Strategie che poggiano sostanzialmente su due pilastri: una «solida azione di contrasto agli illeciti» e un percorso di «miglioramento del rapporto tra il fisco e i contribuenti», con molti riferimenti al senso civico e alla cultura della legalità fiscale.
Il che fa intravedere, per la prima volta, il tentativo di uscire da quella logica dell'emergenza che ha portato, negli ultimi anni, a una serie infinita di interventi, spesso contraddittori, spesso utili solo a caricare sui contribuenti nuovi obblighi e quindi nuovi costi, senza nessuna utilità sull'obiettivo di ridurre l'evasione. È la stessa logica dell'emergenza che ha contrabbandato i blitz contro i "furbetti dello scontrino" - ma bisogna ammetterlo, forse più per colpa dei media che non dell'amministrazione - come il cardine di una presunta strategia antievasione.
Ora si vede un disegno. Che sembra essere un disegno di lungo periodo, che richiederà tempo e che per questo dovrà trovare un equilibrio con l'esigenza di "fare presto" e con l'urgenza di reperire le nuove risorse che la contabilità pubblica richiede, principalmente per ridurre una pressione fiscale insostenibile.

Un disegno, si badi bene, che non è necessariamente contrapposto a ciò che è stato fatto finora. E che, anzi, fuori dal clamore di redditometri e spesometri, sembra porsi in una linea di continuità con il passato, pur con alcune sfumature diverse.
La novità, semmai, è che il rapporto del governo ha il pregio di offrire una visione unitaria delle strategie contro il sommerso. Forse, si può fare di più. Tempo fa, la Corte dei Conti, ha parlato della necessità di un vero e proprio "piano industriale" contro l'evasione, che individui puntualmente le azioni di contrasto; fissi i tempi per il raggiungimento degli obiettivi; preveda meccanismi di controllo sull'efficacia dell'attività svolta.
Il piano del governo è molto puntuale nell'individuare i contribuenti pericolosi, con i 19 profili dell'evasore tipo. È altrettanto puntuale nel selezionare gli ambiti in cui muoversi, dai grandi contribuenti agli autonomi, dalle frodi agli illeciti internazionali. Ma è anche un po' più avaro di "strategia" nel dire come e con quali strumenti si farà in concreto il contrasto all'evasione. Si punta a un miglior utilizzo delle banche dati, un potenziamento tecnologico basato sulla «valorizzazione delle leve informatiche», ma sono processi che richiedono tempi lunghi e investimenti non indifferenti. Si auspica la possibilità di utilizzare dati di natura creditizia di Bankitalia, Consob e Ivass, ma ci saranno da superare le molte cautele alle quali ci ha abituato la Privacy. Si annuncia un maggior coordinamento tra i molti enti e amministrazioni che svolgono controlli sul sommerso, cosa che viene promessa senza risultati da molti decenni. E si scopre che agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza dovranno condividere le analisi di rischio e concordare piani sinergici, e qui - semmai - ci si stupisce che già ora non lo facciano o lo facciano poco.

Sarà una sfida, si diceva. E sarà anche una scommessa. Sapendo che la lotta all'evasione fatta a tavolino è una cosa, la realtà di tutti i giorni è un'altra. Ma non ci sono alternative, perché senza un programma serio e coerente, capace di guardare avanti non si uscirà mai dalla logica scomposta dell'emergenza.

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