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Questo articolo è stato pubblicato il 14 agosto 2014 alle ore 08:12.
L'ultima modifica è del 14 agosto 2014 alle ore 22:54.

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(Bloomberg)(Bloomberg)

L'Eurozona è di nuovo nei guai. La sua economia più importante, la Germania, ha registrato una contrazione dello 0,2% del Pil nel secondo trimestre, peggio del previsto. Crescita zero per la Francia nello stesso periodo mentre l'Italia, lo sappiamo già da alcuni giorni, è tornata tecnicamente in recessione. C'è di che preoccuparsi e c'è soprattutto da non credere a quanti sostengono possa trattarsi, almeno per la Germania, di una caduta momentanea.

Gli indicatori più recenti (Zew sulla fiducia degli analisti e Ifo sulla fiducia delle imprese) puntano a un indebolimento ulteriore dell'attività economica nei prossimi mesi e gli ultimi dati fortemente negativi su ordini e produzione industriale lasciano intravedere un terzo trimestre altamente problematico. A ciò si aggiungeranno i primi effetti concreti della guerra delle sanzioni economiche in atto tra Russia e Occidente. A quanti sostengono che le esportazioni tedesche verso la Russia (36 miliardi di euro lo scorso anno) rappresentino "solo" il 3% dell'export complessivo della Germania bisognerà ricordare che ormai solo esili decimali separano, in Europa, crescita, recessione e stagnazione. Basta poco a questo punto perché la spirale di crisi del 2011-2012, dalla quale l'eurozona si era tecnicamente liberata alla fine del 2013, torni ad avvitarsi. Sono dati allarmanti che dovrebbero suggerire un senso d'urgenza anche alla Germania, alla quale stanno nuovamente venendo a mancare due dei partner commerciali più importanti, appunto Francia e Italia. Anche Berlino, dunque, avrà presto bisogno di riformare un'economia che continua a vivere di "rendita", cioè sullo slancio delle riforme del mercato del lavoro e del welfare varate nel 2004.

Lo slancio si sta perdendo, e non perché, come sostengono molti analisti (tedeschi), i dati del Pil del secondo trimestre soffrono di un "effetto confronto" con quelli del primo (+0,8%) viziati da un inverno eccezionalmente mite che ha spinto l'industria delle costruzioni. Data la situazione, anche alla Germania, sempre prodiga di consigli e raccomandazioni alle economie inadempienti sul fronte delle riforme strutturali è richiesto uno sforzo supplementare per aumentare il potenziale di crescita e tirare fuori dalle secche se stessa e i suoi compagni di viaggio (sempre Italia e Francia). Molti se la prendono con un modello economico troppo sbilanciato sul fronte delle esportazioni, debole sul fronte della domanda interna, e che alimenta uno squilibrio strutturale, l'attivo delle partite correnti. Ma è un'accusa valida soltanto in parte.

È semplicemente idiota chiedere alla Germania di esportare di meno perché dentro l'export tedesco, sulla base della moderna catena globale del valore, c'è tantissimo made in Italy di qualità. Ed è altrettanto naif chiedere ai tedeschi, parsimoniosi per natura e con una dinamica demografica preoccupantemente negativa, di consumare di più. Se non l'hanno fatto in questi ultimi due anni, con tassi d'interesse al di sotto del 2%, aumenti salariali consistenti come non accadeva da un decennio e un regime di quasi piena occupazione, quando mai lo faranno?

C'è solo da sperare in un pacchetto di stimolo mirato agli investimenti pubblici. Sarebbe auspicabile su scala europea, ma già un piano tedesco sarebbe un buon inizio. Berlino ha un discreto margine di manovra visto l'ottimo stato dei conti pubblici e ha un'oggettiva necessità di ammodernamento delle infrastrutture, in particolare nei trasporti. È giunta l'ora per la Germania di mettere mano al "tesoretto" e fare, in contemporanea, i propri interessi e quelli dell'Europa.

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