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Questo articolo è stato pubblicato il 23 agosto 2014 alle ore 09:35.
L'ultima modifica è del 23 agosto 2014 alle ore 10:09.

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Solo qualche mese fa i profeti del rigore del Vecchio Continente erano tutti presi a congratularsi con se stessi, asserendo che un modesto rimbalzo positivo dei Paesi del Sud Europa era la prova della validità delle loro azioni. Ora però le notizie sono tutt'altro che incoraggianti, con la produzione industriale ferma al palo e buone ragioni per paventare un'ennesima ricaduta in recessione. Tutto questo mentre negli Stati Uniti molti dati (anche se non tutti) sembrano indicare un rafforzamento della crescita. Ma allora perché l'Europa va così male? Non ho un unico colpevole da additare, in questo caso: la mia impressione è che siano all'opera diversi fattori.

Il primo sono le politiche di austerity, che hanno frenato enormemente l'economia. Ma va tenuto conto che anche gli Stati Uniti di fatto hanno applicato politiche di questo tipo, con lo stallo sul bilancio federale e i tagli delle amministrazioni statali e locali. Anzi, se usiamo il metodo di calcolo dei saldi strutturali del Fondo monetario internazionale, vediamo che l'Europa ha effettivamente applicato politiche più rigoriste degli Usa, ma non tanto quanto si potrebbe pensare: forse due punti e mezzo di prodotto interno lordo potenziale.

Un altro fattore che si potrebbe chiamare in causa è che i fondamentali macroeconomici dell'Europa sono decisamente meno brillanti. Per quelli che temono che una stagnazione secolare possa deprimere il tasso di interesse reale naturale (cioè il tasso coerente con una situazione di piena occupazione), e che pensano che la demografia sia un fattore importante, l'Europa è messa veramente malissimo.
L'Europa deve assolutamente, a tutti i costi, impedire che le aspettative di inflazione scivolino verso il basso: anzi, quasi sicuramente ha bisogno di un'inflazione attesa superiore al 2 per cento. Finora, però, la Banca centrale europea si è dimostrata molto meno efficace della Federal Reserve nell'impedire il calo dell'inflazione attesa.

Tutto questo è il riflesso di scelte di politica economica adottate in passato, e dei pregiudizi istituzionali che tali scelte rivelano. Negli Stati Uniti, Janet Yellen, la presidente della Fed, e i suoi collaboratori hanno detto in modo molto chiaro che sono pronti a prendersi qualche rischio inflazionistico al rialzo pur di evitare lo "scenario da incubo", cioè procedere a un innalzamento dei tassi solo per scoprire poi che l'economia si sta indebolendo nuovamente. Ma in Europa lo scenario da incubo non è un'ipotesi: è già avvenuto nel 2008 e (incredibilmente) nel 2011. E i "sadomonetaristi" che imperano alla Banca dei regolamenti internazionali e altrove continuano ad avere molta più influenza nel Vecchio Continente che negli Stati Uniti.
Non credo che l'attuale dirigenza della Bce abbia una visione molto diversa da quella della Fed sulla politica da seguire. Ma la differenza è che a Francoforte devono fare i conti con un'economia più debole nei suoi fondamentali, una storia negativa e un contingente di falchi monetari molto più agguerrito.
E questo fa paura davvero.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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