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Questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto 2014 alle ore 14:00.
L'ultima modifica è del 31 agosto 2014 alle ore 14:54.

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Il problema non è più "se" la Ue deve porre in cima all'agenda crescita e occupazione, ma "come" affrontare stagnazione e deflazione. Non bastano più le dichiarazioni d'intenti nei comunicati finali degli eurosummit. Si può provare a cambiare rotta con una robusta iniezione di investimenti produttivi, accompagnando lo sblocco dei 300 miliardi annunciati da Juncker, con una prima apertura in direzione del «miglior utilizzo della flessibilità europea», secondo le intese del vertice Ue di fine giugno.
Come proposto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio nell'intervista del 28 agosto al Sole-24 Ore, a cofinanziamenti nazionali e Fondo sviluppo coesione si potrebbero aggiungere i 300 miliardi del piano Juncker che nella posizione italiana, «già espressa a Bruxelles, dovrebbero essere contabilizzati fuori dal deficit, come i cofinanziamenti nazionali ai fondi Ue».

Una strada da perseguire; non sarà facile spuntarla ma di certo non verrebbe alterata la struttura portante della disciplina di bilancio europea. Si aprirebbe se mai la porta a una lettura, questa sì, più flessibile di quanto è già scritto nel Patto di stabilità e nel Fiscal compact. Fermo restando il vincolo del 3% per quel che riguarda il rapporto deficit/Pil, si tratta in sostanza di attivare una sorta di iniziale «golden rule», limitata al triennio di vigenza del piano Juncker, scommettendo sul suo possibile effetto moltiplicatore. Se sostenuta da un piano concordato e congiunto di riforme strutturali, a partire dal mercato del lavoro, in quei Paesi che come il nostro soffrono della miscela esplosiva del ritorno dopo 50 anni alla deflazione, della paralisi dell'attività produttiva e dei consumi, questa strategia potrebbe nel medio periodo produrre qualche effetto concreto.

Se tali sono le priorità, non ha molto senso esercitarsi unicamente su quanti possibili decimali di Pil si possano spuntare a Bruxelles, per allentare la morsa dei vincoli di bilancio. Certo potrà giovare un maggior lasso di tempo per raggiungere gli obiettivi concordati, sul fronte della riduzione del deficit strutturale e del debito. Ma si tratta di piccoli passi in avanti che da soli non potranno invertire il ciclo negativo. Ecco perché occorre agire su più fronti in contemporanea. È la politica economica che deve riemergere con forza dalle macerie della crisi, così da rafforzare e sostenere ogni ulteriore azione che dal versante della politica monetaria sarà messa in campo dalla Bce.

Più crescita e investimenti servono a tutti, ha ribadito Matteo Renzi nell'annunciare, d'intesa con François Hollande, un eurosummit in Italia nella prima settimana di ottobre interamente dedicato a crescita e occupazione. Decisione accolta con favore ieri a Bruxelles. Non sono del resto mancati i vertici e i summit negli ultimi anni. Vi è da chiedersi, ad esempio, che esito abbia avuto in concreto l'ambizioso piano «per la crescita e il lavoro» da 120 miliardi annunciato in pompa magna dall'allora presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy al termine del vertice europeo del 29 giugno di due anni fa.
Quando saranno definiti strumenti e modalità operative, il piano Juncker dovrà da questo punto di vista marciare su ben altra corsia e velocità. Ecco perché la politica deve tornare in primo piano.

Quanto all'Italia, se il «cavallo non beve» nonostante gli 80 euro e le attese connesse ai provvedimenti finora messi in campo dal governo, una volta attuate le riforme già definite (da ultimo lo Sblocca-Italia e le nuove norme in tema di giustizia civile) occorre provare a forzare nuovamente sul "denominatore". Un robusto taglio all'Irap concentrato sulla componente che grava sul costo del lavoro, da inserire nella prossima legge di stabilità, potrebbe aggiungere nuova, preziosa benzina al motore inceppato della crescita. Operazione da finanziare soprattutto attraverso tagli strutturali alla spesa. Si tratta di scegliere, evidentemente, perché la coperta è cortissima. Ma proprio questo è, di nuovo, il compito della politica.

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