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Questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto 2014 alle ore 13:55.
L'ultima modifica è del 31 agosto 2014 alle ore 15:00.

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In un primo momento era la crisi finanziaria del 2007. Poi è diventata la crisi finanziaria del 2008. In seguito è stata denominata contrazione del 2008-2009. Infine, alla metà del 2009, è stata chiamata "Grande recessione". Più avanti, quando alla fine del 2009 il ciclo economico si è orientato lungo una traiettoria verso l'alto, il mondo ha tirato un sospiro collettivo di sollievo. Si credeva che non stessimo per passare alla fase successiva, che avrebbe inevitabilmente contenuto la tanto temuta parola che inizia per "D".

Quella sensazione di sollievo, però, è stata prematura. Contrariamente alle affermazioni dei politici e dei loro collaboratori al vertice secondo le quali era arrivata "l'estate della ripresa", gli Stati Uniti non hanno vissuto una ripresa economica a "V" con una traiettoria paragonabile a quella che si ebbe dopo le recessioni della fine degli anni Settanta e dei primi Ottanta. E l'economia statunitense è rimasta molto al di sotto del suo precedente trend di crescita.
In verità, dal 2005 al 2007 il Pil reale (al netto dell'inflazione) in America è salito a poco più del 3 per cento annuo. Durante il periodo peggiore della crisi, nel 2009, questa cifra era inferiore dell'11 per cento, e da allora è scesa di un ulteriore 5 per cento.

La situazione è ancora più grave in Europa. Invece di una fiacca ripresa, a cominciare dal 2010 la zona euro ha vissuto una seconda ondata di contrazione. Al punto peggiore della crisi, il Pil reale della zona euro equivaleva all'8 per cento in meno del trend 1995-2007. Oggi è inferiore del 15 per cento.
In termini di produzione relativa ai trend nel periodo 1995-2007, per il momento le perdite complessive sono del 78 per cento del Pil annuo negli Stati Uniti e del 60 per cento nell'eurozona. Si tratta di una quantità incredibilmente enorme di ricchezza andata persa, e di un risultato di gran lunga peggiore rispetto alle aspettative. Nel 2007 nessuno aveva previsto un declino simile nei tassi di interesse e nella produzione ipotizzabile, e adesso gli istituti di statistica e gli enti decisionali del mondo della politica stanno rivedendo le loro stime.

Nel 2011 era ovvio - quanto meno a me - che la Grande recessione non era più un nome adeguato: era giunto il momento di iniziare a chiamarla la "Depressione Minore".
Ma c'è dell'altro: oggi l'economia nord-atlantica deve far fronte ad altri due scossoni verso il basso.
Il primo, come ha fatto notare Lorcan Roche Kelly dell'Agenda Research, è stato illustrato dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, quando durante un suo recente discorso ha parlato a braccio. Draghi ha iniziato riconoscendo che in Europa l'inflazione è scesa dal 2,5 per cento circa della metà del 2012 allo 0,4 per cento attuale. Poi ha sostenuto che è impossibile continuare a dare per scontato che i motori trainanti di questo trend - come il drastico calo dei prezzi energetici e dei generi alimentari, l'alta disoccupazione e la crisi in Ucraina - siano di natura temporanea.

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